L’editoriale del direttore de La Stampa Maurizio Molinari

Ad oltre due anni dall’intervento in Siria, la Russia di Vladimir Putin può vantarsi di aver incassato un indubbio successo militare con la sopravvivenza del regime di Bashar Assad, ma per dargli profondità strategica deve ora porre fine alle ostilità e gettare le basi per la ricostruzione. È a tal fine che Putin ha riunito a Sochi l’iraniano Hassan Rohani, alleato militare, ed il turco Recep Tayyp Erdogan, partner politico, tentando di porre le premesse del dopoguerra. Ma è un terreno sul quale il Cremlino appare, per la prima volta, in difficoltà. I motivi sono quattro. Il primo è la netta divergenza fra Mosca e Teheran su chi guiderà la Siria a conflitto concluso perché gli iraniani vogliono a tutti i costi tenere al potere Bashar Assad, considerandolo il garante dei loro interessi, mentre per i russi il nome del leader di Damasco conta relativamente perché la priorità è piuttosto mantenere la Siria unita grazie a istituzioni stabili, al fine di assicurarsi la permanenza delle proprie basi nel lungo termine.

Il disaccordo sulla sorte di Assad è denso di insidie per Mosca perché potrebbe portare il resuscitato Raiss a schierarsi senza remore con Teheran, ostacolando i piani del Cremlino. Qualche segnale di questo tipo è già arrivato con le dichiarazioni di Bouthaina Shaaban, consigliere presidenziale, e del vice ministro degli Esteri, Faisal al-Mikdad, «scettici» sul dialogo con le opposizioni auspicato proprio da Mosca proponendo un «Congresso del popolo siriano».

In secondo luogo non è chiaro quali forze militari saranno in grado di proteggere l’unità della Siria nel dopoguerra perché l’esercito del regime è stato polverizzato, ad esclusione dei reparti scelti che sorvegliano i palazzi di Bashar Assad, ed a controllare gran parte del terreno sono unità iraniane, reparti Hezbollah e milizie sciite irachene mentre i cieli sono dominio incontrastato dell’aviazione russa.

C’è poi l’incognita turca: il patto di Sochi fra Putin, Rohani ed Erdogan affida ad Ankara il ruolo di garante de facto della maggioranza sunnita ma il suo interesse è assai più limitato perché vuole impedire che il Rojava curdo-siriano diventi una roccaforte della guerriglia del Pkk.

Infine, ma non per importanza, c’è la ricostruzione di un Paese devastato da sei anni di guerra: Putin non dispone di risorse economiche a sufficienza per guidarla ed ha dunque bisogno degli investimenti di Europa, Stati Uniti e Paesi del Golfo, ma al momento non mostra la volontà di chiederli perché significherebbe scendere a patti con i rivali regionali. Come se non bastasse, sul fronte militare siriano i generali russi hanno alcuni evidenti grattacapi ovvero i raid aerei israeliani non avvengono più solo contro Hezbollah perché colpiscono basi iraniane – come avvenuto ieri notte – mentre la presenza di un contingente Usa nella base di Al Tanf, ai confini con la Giordania, consente al Pentagono di sorvegliare i movimenti di uomini e armi fra Siria e Iraq.

Insomma, il dopoguerra dei russi in Siria dopo aver salvato Bashar Assad si preannuncia disseminato di rischi quanto lo fu quello degli americani in Iraq dopo aver abbattuto Saddam Hussein. Allora come oggi la potenza vincitrice del conflitto armato si trova a fare i conti con la difficoltà di ricostruire perché ciò significa scontrarsi con la dinamica di impegnare risorse crescenti in una regione instabile per natura e combattiva per vocazione. Ecco perché per Putin l’obiettivo di far uscire il grosso delle proprie truppe dalla Siria può rivelarsi la parte più difficile dell’intervento, con il rischio di apparire ai russi intrappolato dentro un conflitto che ha già vinto.

Maurizio Molinari, LA STAMPA 3 dicembre 2017

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