[ACCADDE OGGI]

Raramente può accadere a chi scrive di aver vissuto in prima persona quello che si accinge a raccontare. Questa è una di quelle volte e, trascorsi 35 anni, lo ricordo come se fosse ieri. Era domenica, quella sera del 23 novembre 1980, e avevo appena risposto al telefono ad un amico per concordare l’appuntamento della solita capatina fuori porta alla ricerca di pietanze dell’antica tradizione campana. Potevano essere le sette e un quarto e bisognava sbrigarsi perché l’appuntamento era per le otto. Mi restava il tempo per preparare da mangiare alla mia cagnetta di allora che purtroppo non poté godere delle uscite serali come quella di adesso, a quel tempo era veramente difficile trovare un ristorante che accettasse l’ingresso di un cane. Mi accorsi che Carmen, così si chiamava la mia adorabile bastardina di pastore tedesco, se ne stava rannicchiata sotto il tavolo della cucina con uno sguardo diverso da quello che solitamente aveva quando intuiva la mia uscita e, giocoforza, la sua permanenza solitaria in casa. Era uno sguardo di paura misto a un segnale di avvertimento di difficile comprensione. Mi accingevo a chinarmi per accarezzarla fregandomene del ritardo all’appuntamento con il mio amico, ma, prima ancora che riuscissi a raggiungerla, Carmen mi saltò tra le braccia facendomi cascare. Avvertii allora che tutto mi tremava intorno e attribuii la cosa alla caduta. No! Era il terremoto! Quella sera di 35 anni fa, alle ore 19.34 di domenica 23 novembre 1980, Napoli, la Campania e parte della Lucania furono colpite da un fortissimo terremoto del X grado della scala Mercalli con una prima tremenda scossa della durata di oltre un minuto il cui epicentro fu individuato tra Alta Valle del Sele nel salernitano e nel cuore della Provincia di Avellino, colpendo un’area di 17.000 km² tra l’Irpinia e la provincia di Potenza.

Tra i terremoti del XX secolo registratosi in Italia è al terzo posto per numero delle vittime dopo quello di Reggio Calabria e Messina, il 28 dicembre 1908, che fece 100.000 morti e dopo quello che colpì Avezzano in Abruzzo il 13 gennaio 1915 che provocò 33.000 morti. Il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata uccise 2.914 persone. Al confronto il terremoto del Friuli del 1976, che si portò via 989 poveri cristi, e quello più recente ma tanto discusso dell’Aquila del 2009, che registrò il bilancio definitivo di 309 vittime, sembrano un leggero e drammatico scossone che qualche volta la terra su cui poggiamo si concede. Fu letteralmente un disastro che tenne l’intero paese con il fiato sospeso per settimane. Le notizie arrivavano con il contagocce così come gli aiuti che tardavano ad arrivare.

Il più importante quotidiano del Sud “Il Mattino” di Napoli, dopo qualche giorno dalla prima micidiale scossa a cui seguirono altre di minore intensità ma di eguale capacità distruttiva, titolò a caratteri cubitali “FATE PRESTO!”. Il “presidente partigiano” Sandro Pertini visitò i posti del disastro e commentò: “Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”. I più anziani vissero quei giorni paragonandoli al disastro della guerra quando dovettero abituarsi a convivere, tra le macerie, con gli occupanti mentre si alimentava il contrabbando per i generi di prima necessità e si cantavano i versi della disperazione “Aieressera a piazza Dante, ‘a panza mia era vacante, si nun era p”o contrabbando, ì’ mò già stevo ‘o campusanto…”. Questa volta ad aiutarli, al posto di Charles Poletti, l’italoamericano che fu governatore del Sud occupato e che dispensava caramelle e cioccolatini servendosi dell’interprete Vito Genovese, i napoletani conobbero il “super commissario”, il varesino Giuseppe Zamberletti, che fattosi le ossa durante il terremoto in Friuli, sbarcò in Campania portando tonnellate di parmigiano reggiano ed ogni ben di Dio di generi alimentari destinato a marcire negli improvvisati magazzini se non entrava nel giro del contrabbando. A volte si lasciava che questi viveri marcissero sotto la pioggia e la neve che si riversò sulle macerie dei paesi distrutti perché mancavano gli uomini e i mezzi per la distribuzione. Eppure Il nome “Zamberlett’” diventò famoso passando di bocca in bocca perché tutto dipendeva da lui, ogni cosa la ordinava lui, Zamberletti era il lasciapassare, egli sfamava, dava i soldi e, persino, vestiva anche se con abiti approssimati: “puorte ‘e cazune ‘a zamberlette” stava ad indicare un pantalone corto o largo indossato tanto per coprire le brache da gente che aveva perduto tutto in quella sera del 23 novembre di 35 anni fa.

Nel capoluogo a Napoli morirono 52 persone per il crollo di un palazzo vicino al carcere di Poggioreale nelle cui mura vi fu una rivolta dei detenuti e un regolamento di conto tra gli stessi. Ma il conto più salato lo pagò l’Irpinia e l’Alto Sele dove furono spazzati via interi paesi che anche oggi quasi non esistono più: Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna.

I soccorsi, come disse Pertini, tardarono ad arrivare così come le notizie sulle reali dimensioni del dramma. La radio, che io e gli amici ascoltavamo in macchina nelle tre interminabili notti trascorse all’addiaccio dava notizie frammentarie per lo più provenienti dalla rete dei radioamatori a cui era difficile credere per il loro drammatico tam-tam: “…Lioni non si vede più… Sant’Angelo dei Lombardi è letteralmente sepolta…ci dicono che a Laviano non c’è più una casa in piedi…”. Quando, finalmente, la tragedia fu chiara e mentre i morti erano ancora sotto le macerie, si iniziò a parlare di ricostruzione: Zamberletti, sempre lui, fece “l’ordinanza 80” che prevedeva l’erogazione di un contributo onnicomprensivo di 10 milioni, poi la legge 219/1981 e successive integrazioni portò una pioggia di quasi 60mila miliardi di lire, ingrassando le cosche del malaffare e su cui Montanelli scrisse: “L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie…quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica”. Inizia la deportazione dei napoletani dai vicoli del centro storico alle nuove case sparse nell’hinterland della provincia. Nascono delle vere e proprie cittadelle senza servizi e senza spazi di socializzazione: Piano Napoli a Boscoreale, Parco Verde a Caivano, Salicelle ad Afragola, 219 a Melito e Ponticelli, nomi diventati famosi per le attività camorristiche. Sul sito di Wikipedia si legge: “Nel marzo del 1987 alcuni giornali, tra cui l’Unità e L’Espresso, rivelarono che le fortune della Banca Popolare dell’Irpinia erano strettamente legate ai fondi per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c’era la famiglia di De Mita con Ciriaco proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. I titoli erano posseduti anche da altri parenti. Seguì un lungo processo che si concluse nell’ottobre del 1988 con la sentenza: “Secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana”. Appresa la sentenza, l’Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in prima pagina dal titolo eloquente: “De Mita si è arricchito con il terremoto”.

Il sisma di quella sera colpì realmente 339 comuni, ma per la politica i comuni colpiti dal terremoto furono 687 che è quasi il 9% dell’intero territorio italiano. È vero che l’intero territorio dell’Irpinia e della Basilicata ha cambiato volto e quasi non mostra più le tracce di quella tragedia. È anche vero che lì sono nate grosse realtà industriali minacciate oggi dalla crisi e non più dalla terra che trema. Ma è altrettanto vero che passati 35 anni c’è ancora gente che vive nei campi prefabbricati con il tetto di amianto. 36 anni da quella sera del 23 novembre del 1980. Una vita trascorsa sulla terra che non sussulta più, speriamo, e che ancora piange per i morti di quella ferita che tarda a rimarginarsi.

(Franco Seccia/com.unica, 23 novembre 2017)

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