[ACCADDE OGGI]

Oggi la storia ricorda il primo contatto con gli europei a Porto Rico avvenuto il 19 novembre del 1493 per opera di Cristoforo Colombo. E, ancora, ci rimanda ad un avvenimento importante: la storica visita che il presidente egiziano Anwar Sadat, ricordato in patria come l'”eroe dell’attraversamento” nella guerra del Kippur, compì il 19 novembre 1977 in Israele per cercare un accordo di pace permanente con l’odiato Stato israelita. Sadat pagò con la vita questo suo gesto ritenuto un oltraggio alla comunità araba. Ma volutamente, dati i tempi che corrono, “Accadde Oggi di Agenzia Comunica”, ha scelto di parlare di quanto accadde il 19 novembre del 2005 durante la seconda guerra del Golfo a Haditha un villaggio iracheno nella provincia sunnita di Anbar. All’alba di quel tragico 19 novembre 2005 muore il caporale dei marines americani Miguel Terrazas, un giovane di vent’anni, ucciso dallo scoppio di un ordigno rudimentale. Altre due persone vengono ferite.

Miguel Terrazas era molto amato dai suoi commilitoni che senza pensarci due volte organizzano e portano a compimento una feroce rappresaglia: fermano un taxi e uccidono a sangue freddo gli occupanti, quattro studenti e l’autista. Poi irrompono in quattro case nelle vicinanze: nella prima (casa Waleed) uccidono sette persone, tra cui due donne ed una bambina; nella seconda (casa Younis) uccidono otto persone, tra cui sei donne; la terza e quarta casa appartengono allo stesso nucleo familiare Ayed, nella casa del padre vengono uccisi quattro uomini mentre nella casa del figlio sono tenuti prigionieri donne e bambini. Particolarmente agghiacciante il racconto di quelle ore fatto da una bambina di 10 anni, Iman Hassan, al londinese “The Times” e ripreso da “la Repubblica”: … “i marines irruppero in casa. Buttarono una granata nella stanza dove dormivano i nonni. Io vidi che mia madre era stata colpita dalle schegge. La zia prese uno dei bambini e riuscì a fuggire dall’abitazione. I soldati aprirono poi il fuoco nel soggiorno, dove la maggior parte della famiglia era riunita. Mio zio Rashid, appena sceso dal piano di sopra, vide quello che succedeva e tentò di fuggire, ma i marines lo rincorsero per strada e gli spararono. Tutti quelli che si trovavano nella casa furono uccisi dagli americani, eccetto mio fratello Abdul-Rahman ed io eravamo troppo terrorizzati per muoverci e io cercai di nascondermi sotto un cuscino. Una scheggia mi aveva colpito la gamba. Per due ore non osammo muoverci. I miei familiari non morirono sul colpo. Potevamo udirli lamentarsi“. Dopo quel massacro vi fu il tentativo di cancellarne le tracce e ripulire “il campo di battaglia”.

Ma la verità venne a galla provocando un forte imbarazzo nell’amministrazione americana. Era chiaro che si era trattato di un crimine di guerra che, per gli accordi intercorsi con il governo provvisorio dell’Iraq, tale non fu considerato, e gli imputati, originariamente 7, poi, tre, poi 1, saranno giudicati da una corte marziale operante sotto la giurisdizione della legge degli Stati Uniti. Il processo durerà sette anni e alla fine il sergente dei marines Usa Frank Wuterich, ritenuto l’unico responsabile della strage, sarà condannato a tre mesi di reclusione, alla riduzione di due terzi dello stipendio e alla degradazione a soldato semplice. Il suo giudice militare, tenente colonnello David Jones dirà che aveva intenzione di condannarlo al carcere, ma di avere avuto le mani legate da un patteggiamento che impedisce qualunque pena detentiva. L’avvocato dei familiari delle vittime Khalid Salman ha dichiarato: “E’ una punizione adatta a un crimine minore, non certo all’uccisione di 24 persone innocenti. Questo è un insulto al sangue versato dagli iracheni”.

(Franco Seccia/com.unica, 19 novembre 2017)

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