[ACCADDE OGGI]

“Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità.” Passati 54 anni da quel sabato dell’11 novembre del 1961, le parole dell’epigrafe posta all’ingresso del Tempio di Pisa a ricordo dei 13 aviatori italiani barbaramente trucidati a Kindu hanno ancora un senso? A vedere quanto succede nel mondo sembrerebbe proprio di no e questo rende ancora più drammatico l’olocausto dei militari italiani che nell’ex Congo belga erano andati in missione di pace sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Furono sopraffatti mentre erano disarmati alla mensa vicino all’aeroporto di Kindu gli italiani della “peacekeeping” nel Congo. Rinchiusi in uno stanzone del carcere della città poche ore dopo venivano trucidati selvaggiamente a raffiche di mitra e fatti a pezzi a colpi di macete. Qualche giorno prima un altro italiano, Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, era stato ucciso dagli stessi aguzzini dell’armata congolese seguaci del colonnello Pakassa agli ordini del famigerato Lumumba che combatteva l’altrettanto famigerato e cannibale Mobutu che poi diventerà il capo della Repubblica Democratica del Congo.

Lumumba era sostenuto dall’Unione Sovietica e Mobutu agli ordini delle multinazionali statunitensi fu portato al potere dalla CIA americana. La notizia della tragica fine dei nostri connazionali arrivò in Italia con alcuni giorni di ritardo attraverso notizie contrastanti e imprecise che non lasciavano sperare sul ritrovamento dei loro poveri resti con l’atroce sospetto che i cadaveri, dopo essere stati oggetto di scempio da parte della popolazione inferocita, fossero stati gettati nel fiume infestato da coccodrilli. Così passarono quasi tre mesi e nel febbraio del 1962 si ebbe la notizia certa che i corpi dei tredici italiani erano stati sepolti in delle fosse comuni grazie alla pietà di un poliziotto cattolico congolese tale Amisi N’Gombe.

Quattro mesi dopo, l’11 marzo del 1962, grazie a Don Emireno Masetto, cappellano militare della 46^ aerobrigata, il corpo di appartenenza dei caduti, le salme di questi ragazzi fecero ritorno in Italia per essere tumulate nel Sacrario dei caduti di Kindu presso l’aeroporto militare di Pisa. Una commissione di inchiesta ONU individuò nel colonnello Pakassa uno dei responsabili dell’eccidio. Arrestato pochi mesi dopo, non subì alcun processo e fu scarcerato nel 1963. Riparato a Parigi e nuovamente arrestato, la Francia ne negò l’estradizione sia all’Italia sia al Congo.

Dopo 33 anni nel 1994 l’Italia  ha tributato la Medaglia d’Oro al Valor Militare (alla memoria) alle vittime del barbaro eccidio congolese: Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani 43 anni, di Bologna; Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande (UD); Tenente medico Paolo Remotti 29 anni, di Roma; Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco (PG); Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano (AN); Sergente elettromeccanico Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti (LI); Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina (BN); Capitano pilota Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara; Sottotenente pilota Giulio Garbati, 22 anni, di Roma; Maresciallo motorista Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo; Sergente maggiore Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza; Sergente maggiore Armando Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma (FR); Sergente marconista Antonio Mamone, 28 anni, di Isola di Capo Rizzuto (KR).  I parenti di questi “operatori di pace” italiani hanno avuto un riconoscimento per i loro congiunti “vittime di strage terroristica” nel 2007, quarantasei anni dopo. Esattamente 42 anni dopo, il 12 novembre 2003, altri 19 italiani tra militari e civili in missione di “peacekeeping” a Nassiriya in Iraq perderanno la vita senza che i colpevoli siano stati individuati. Uno dei superstiti Riccardo Saccotelli, maresciallo dei carabinieri in congedo miracolosamente scampato a quella strage, nell’occasione del decennale di quella tragedia dirà: “…ho rifiutato la medaglia al valore perché quella medaglia non vale niente…è un’offesa alla mia dignità… Mi sento abbandonato dallo Stato.”

(Franco Seccia, com.unica, 11 novembre 2017)

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