A dieci anni dalla scomparsa di Nils Liedholm (Valdemarsvik 8 ottobre 1922 – Cuccaro Monferrato 5 novembre 2007) pubblichiamo un brano contenuto nel libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio” di Sebastiano Catte, in cui il maestro svedese si racconta all’autore. Il libro, frutto di lunghi incontri con l’ex allenatore di Roma e Milan negli ultimi anni della sua vita, è un doveroso omaggio a un grande uomo di sport, un esempio come pochi di stile, eleganza e lealtà.

[…] Scrutandolo attentamente mentre si accinge a sfogliare l’album dei ricordi si ha la netta sensazione che il passare inesorabile degli anni non abbia affatto scalfito la capacità di trasmettere ai propri interlocutori una serenità fuori del comune. Quella che ha a che fare con un naturale equilibrio, una profonda armonia verso se stesso e l’ambiente circostante unita ad una grande forza interiore in grado di dominare qualunque tipo di emozione.

“La mia filosofia – spiega – è stata sempre quella di prendere tutto con calma, anche quando le cose vanno male, di fronte alle difficoltà. I miei sforzi maggiori sono stati sempre orientati a creare armonia. Questo carattere mi ha senz’altro aiutato nel superare i momenti critici che talvolta si presentavano e ad affrontare nel migliore dei modi le sfide difficili, sia nel lavoro sia nella vita privata. Il mio oroscopo corrisponde effettivamente a quello che sono in realtà. Sono del segno della Bilancia e sono nato alle cinque del mattino, quando si dice che l’aria sia più pulita. Ricordo che molti anni fa, nel corso di un programma televisivo svedese a me dedicato venne intervistato un noto psicologo italiano, il quale dichiarò di essersi ispirato nella sua attività professionale al mio lavoro come allenatore della Roma. Affermò con grande convinzione che anche da uomini di sport come me potevano venire preziosi insegnamenti su come si possa rispettare una persona senza dover per forza alzare la voce, sul modo di difendersi dalle provocazioni senza mai diventare aggressivi, su come si possa essere autorevoli senza doversi imporre necessariamente con le maniere forti.”

Armonia, equilibrio, amore per il bello ma anche sdrammatizzazione, gusto per il paradosso: sono le parole e i concetti chiave che ricorrono con più frequenza nel suo lessico ideale. Quando era ancora sulla breccia aveva sempre l’aria di divertirsi un mondo nel fornire risposte surreali a giornalisti invadenti e totalmente privi di humour. Questo suo atteggiamento – si affretta a chiarire – non deve essere interpretato però come un’arma di difesa per respingere i media, per cercare di influenzarli psicologicamente.

“No – afferma – credo che tutto questo faccia parte intrinsecamente del mio modo di vivere: è un approccio che mi ha aiutato molto a rendere tutto più semplice e a sdrammatizzare, una linea di condotta del tutto spontanea, naturale. In questo modo di affrontare la vita in fondo giocano un ruolo fondamentale le mie origini nordiche, l’educazione che ho ricevuto da ragazzo in famiglia e a scuola, e che ovviamente ti condiziona sempre in tutto quello che fai. Ricordo che in gioventù spesso con i miei compagni ci dilettavamo con delle vere e proprie gare di battute e di non-sense. Questi esercizi erano preziosi perché ci permettevano almeno in parte di spezzare la monotonia e il senso di oppressione dei rigidi e interminabili inverni svedesi. Inoltre mi hanno aiutato a dare il giusto peso alle cose, a non correre il rischio di prendermi troppo sul serio e quindi sviluppare una sufficiente dose di autoironia.”

Viene naturale pensare agli innumerevoli aneddoti e alle iperboli che il vecchio Nils era solito dispensare a interlocutori che spesso pendevano dalle sue labbra quasi come se si trovassero di fronte ad un oracolo. Il suo carisma era tale che si poteva permettere il lusso di definire “il Keagan della Brianza” una promettente ala del Monza, paragonare a Ferenc Puskas o a Gigi Riva oscuri attaccanti della Sambenedettese o della Ternana, far credere a tutti che il giovane Valigi sarebbe diventato senza ombra di dubbio il nuovo Falcao. Oppure spingersi a raccontare episodi della sua carriera di calciatore che si collocavano in un luogo di confine tra leggenda e realtà. Talmente surreali da apparire degni dalla fervida fantasia di uno scrittore sudamericano del calibro di un Osvaldo Soriano.

Ecco, ad esempio, come descriveva nei dettagli, nel suo italiano incerto e immaginifico, l’azione dell’unica autorete che avrebbe fatto in carriera: “Jocavamo contro il Palermo a San Siro e a un certo punto tirai talmente forte che il pallone, dopo aver colpito la traversa della porta avversaria attraversò tutto il campo e finì la sua corsa nella nostra porta”. Se le pareti degli spogliatoi potessero parlare si riempirebbero centinaia pagine di episodi e leggende come queste, che contribuiscono ad avvolgere nel mito questo grande personaggio, capace anche di fare credere che in Svezia si allenasse tutti i giorni con i suoi cani (anche alla vigilia delle partite di campionato) per affinare la tecnica del dribbling. “Un esercizio utilissimo – diceva – perché loro si muovono esattamente come se fossero dei difensori”. E a chi gli domandava se anche in Italia avesse proseguito con quella pratica, era solito rispondere: “Non è per l’età, è che sono morti i cani”.

Lo storico Carlo Maria Cipolla nel suo celebre Allegro ma non troppo, un delizioso divertissement in cui ha tracciato un’ilare parodia della storia economica e sociale del Medioevo, stabilì una chiara distinzione tra humour e ironia. Quando si fa dell’ironia – spiegava – si ride degli altri, mentre con l’umorismo si ride con gli altri e quasi mai si prendono di mira le persone ma piuttosto le cose e i fatti. In questo senso potremmo inquadrare Liedholm come una persona dotata più di humour che di ironia. L’humour usato nella misura giusta e al momento giusto come solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane. Le sue battute, infatti, non celano mai ostilità anche quando non può fare a meno di evidenziare, sia pure in maniera lieve ed elegante, i difetti o le innocenti manchevolezze di qualcuno. In tal caso è sufficiente un sorriso bonario e una pacca sulla spalla per far sì che non si creino inutili fraintendimenti col destinatario di quella battuta.

Il Gre-No-Li

C’è un episodio, che risale agli ultimi anni della sua carriera di allenatore, che rivela molto bene questa sua particolare inclinazione. A Milanello ancora oggi ricordano una visita nel ritiro del Milan della schermidrice Dorina Vaccaroni, che si trascinava a fatica una gamba ingessata. Era fidanzata con il centrocampista Andrea Manzo, un calciatore che in carriera non si è proprio di-stinto – per dirla con un eufemismo – per un tocco di palla particolarmente raffinato. Andrea e Dorina erano seduti su un divano quando entrò Liedholm e si rivolse a lei:

– Dorina, cosa hai fatto alla gamba?

– Una frattura, mister.

– Per quanto tempo devi portare il gesso?

– Due mesi ancora.

Poi guardò Manzo e gli chiese:

– E tu invece quando togli il gesso dal piede?

Episodi e battute come queste testimoniano la meritoria opera di continua smitizzazione che il maestro svedese ha cercato di portare all’interno di un ambiente in cui pochissimi riescono a non prendersi troppo sul serio e a resistere alle tentazioni del dramma e delle tinte forti. Un mondo che oggi più che mai avrebbe un gran bisogno della sua presenza, delle sue lezioni di civiltà e di stile per non lasciarsi travolgere da quegli eccessi che ben conosciamo. Inevitabile allora chiedergli se, oltre alle origini nordiche, nell’abbracciare questa visione del mondo abbia avuto un certo peso il fatto di essere profondamente credente e quindi il non farsi condizionare più di tanto dai valori terreni.

“Senz’altro – risponde senza tradire la minima incertezza. Anzi, devo dire che credo poco nei valori terreni. Non sono mai stato persuaso da coloro che promettono il paradiso su questa terra. In un certo senso questa è anche una concezione tipica di noi svedesi: cioè, per essere felici è sufficiente non essere infelici. Occorre che tutti abbiano il necessario per vivere perché non si creino problemi per l’avvenire. Troppe persone oggi hanno l’affanno perché non vi è la sicurezza per il domani. Abbiamo paura della vecchiaia, ed è per questo che ci sono le ansie, le preoccupazioni e le malattie. La fede mi ha sempre aiutato a non farmi schiacciare da queste inquietudini e quindi ad affrontare la vita con serenità. Anche nei momenti più duri. Sì, perché anche quando le cose vanno bene, è bene avere delle cose difficili da affrontare, in modo tale da ricordarci da dove siamo partiti. È quello che, in fondo, ho sempre cercato di predicare anche ai miei ragazzi, ai quali ricordavo continuamente i tempi in cui facevano qualsiasi sacrificio per arrivare, per diventare come gli altri campioni. E nel momento in cui sono arrivati, che sono diventati campioni, devono capire l’insidia che deriva dall’essere campioni, perché tutti quelli che non lo sono vorrebbero diventarlo. È una ruota che gira. Ed è allora, quando si è raggiunto il punto più alto di questa ruota che è importante sapersi mantenere, e questa è la cosa più difficile. Vedi, il campione ha una grossa responsabilità verso gli altri, perché diventa inevitabilmente un modello da imitare e quindi è proprio da lui che la gente pretende.”

Con Agostino Di Bartolomei, il grande capitano romanista dello scudetto

Qualche volta, sentendogli esprimere concetti come questi si ha quasi la sensazione di trovarci davanti a un seguace delle filosofie orientali più che a un maestro di calcio. Lui conferma indirettamente ricordando come abbia sempre cercato di trasmettere anche ai suoi allievi quella virtù della pazienza, coltivata a lungo nel corso della sua lunga carriera, che ha non pochi punti di contatto con gli insegnamenti di Confucio. Quei precetti semplici sintetizzati nella celebre massima: “Con il tempo e la pazienza la foglia di gelso diventa un gomitolo di seta”. Non nasconde, d’altra parte, una certa attrazione per quel genere di filosofie, scoperte per la verità in tarda età. Si è accorto che sin da ragazzo, pur senza averle studiate, metteva già in pratica alcuni di quegli insegnamenti. Quando ad esempio raccomandava costantemente ai più giovani di avere un obiettivo e guardare oltre l’immediatezza, di abbandonare l’inclinazione pericolosa a cercare conferme negli onori e negli applausi immediati. Emerge con evidenza, insomma, il Liedholm maestro di vita che, come testimoniato dal racconto dello psicologo romano, forse avrebbe potuto insegnare tantissimo anche in altri campi.

“Mah, non esageriamo… Chi può essere definito maestro di vita? Credo pochissimi al mondo, e sono coloro che con la loro opera hanno saputo cambiare il corso della storia e che allo stesso tempo, grazie a una notevole forza interiore, sono stati capaci di smuovere le coscienze di un gran numero di individui. Se mi chiedi di fare un mio autoritratto ti rispondo che non penso mai a queste cose. Non ho mai pensato neppure di essere un personaggio. E forse, se in tutti questi anni lo sono diventato, è perché mi ritengo piuttosto un antipersonaggio. Un antipersonaggio perché ho sempre rifiutato di esibirmi e ho cercato costantemente di respingere ogni clamore intorno alla mia persona.”

Malgrado questa doverosa precisazione degna di Epimenide (il filosofo dell’antica Grecia passato alla storia per un celebre paradosso), non ha difficoltà ad ammettere che l’appellativo di maestro è quello in cui più si riconosce, pur entro certi limiti. Un maestro tra i maestri, lo ha definito Cesare Maldini, quando affermava (vedi l’intervista riportata in questo libro) che “nel mondo del calcio sono tanti quelli che si fanno chiamare mister ma i veri maestri si possono contare sulle dita di una mano”.

“Vedi, alla mia età si vive soprattutto di ricordi. Purtroppo con il passare degli anni essi tendono a perdere sempre più nitidezza e a sfumare. Quel che rimane però è soprattutto la consapevolezza di aver vissuto con onestà e di aver contribuito a far crescere molti ragazzi, non solo sotto il profilo tecnico-sportivo. Ho sempre provato grande e intima soddisfazione nell’aiutare i giovani, nel trasmettere loro la gioia del gioco e la buona educazione, nel vederli che miglioravano, maturavano come uomini e facevano carriera. Nel mio lavoro non ho mai considerato predominante il risultato fine a se stesso, a prescindere dal modo con cui questo veniva conseguito. Oggi posso dire di sentirmi pienamente appagato e in pace con me stesso perché attraverso lo sport penso di aver fatto il possibile per educare all’altruismo, al rispetto per il prossimo, alla civile convivenza. Tutto questo senza eccessive forzature e senza prediche inutili del tipo: devi fare questo, quest’altro, ecc. Soprattutto con l’esempio, semplicemente indicando la strada da seguire. È stato un compito non facile, in particolare nel far capire una lezione fondamentale: che le scorciatoie non sono mai le vie migliori per conseguire un risultato e che qualunque obiettivo non può prescindere da una giusta dose di sofferenza. Una sofferenza necessaria perché grazie ad essa tutti possono trovare la forza e la linfa per costruire il proprio futuro. Per questo oggi sono molto contento quando un mio ex allievo ottiene grandi risultati restando fedele a certi principi di sportività che anche per me erano fondamentali. Penso ad esempio a Carlo Ancelotti ma anche a Paolo Maldini e Bruno Conti. Mi piace pensare che vi sia una mia piccolissima impronta in tutto quello che fanno e gioisco dei loro successi come se fossero i miei. Devo anche aggiungere che oggi è molto più difficile riuscire a tenere alta la bandiera della lealtà sportiva e della bellezza tecnica perché rispetto ai miei tempi si è più schiavi del risultato e quindi degli enormi interessi economici che gravitano intorno al calcio.” […]

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