Cosa c’è dietro la scelta di Donald Trump sul nucleare iraniano. L’analisi del direttore de La Stampa Maurizio Molinari.

Per comprendere la scelta di Donald Trump di contestare all’Iran la violazione dell’accordo sul nucleare bisogna partire da cosa sta avvenendo in Medio Oriente, dove Teheran si profila come il vincitore della guerra siriana proiettandosi nel ruolo di potenza regionale in rapida ascesa.

A poco più di due anni dall’intervento russo in Siria il regime di Bashar Assad sta per cogliere il successo militare e ciò implica un’affermazione strategica dell’Iran di vasta portata. Il successo di Assad è descritto dal terreno: riconquistate Aleppo e Palmira, eliminati i ribelli nel Qalamun ed isolati alla periferia di Damasco, i reparti del regime combattono a Deir ez-Zour, nell’Est, ciò che resta dello Stato Islamico. La resistenza di almeno 15 mila jihadisti è accanita ma i raid aerei russi e americani non gli lascia scampo: saranno eliminati o fuggiranno entro fine anno, secondo le previsioni prevalenti. Il punto è che la sconfitta dei ribelli sunniti e il declino di Isis implica l’ascesa dell’Iran.

I motivi sono tre. Primo: le forze combattenti più efficaci a fianco di Assad sono state gli Hezbollah libanesi, emanazione di Teheran. Su circa 40 mila effettivi, gli Hezbollah ne schiera in Siria almeno 8000 ed ha subito circa 1800 perdite. Anche a Deir ez-Zour sono gli Hezbollah che guidano l’offensiva, operando con truppe russe e milizie sciite di più Paesi.

Secondo: sul lato iracheno del confine a comandare è Al-Hashd Al-Sha’abi, le Forze di mobilitazione popolari create dagli sciiti iracheni sul modello di Hezbollah grazie ad armi, fondi ed addestratori iraniani. Ciò significa che l’incontro fra le milizie sciite irachene e gli Hezbollah libanesi sulla frontiera disegnata da Sykes-Picot nel 1916 consente all’Iran di avere il controllo su un’area che va da Teheran a Beirut, passando per Baghdad e Damasco, creando quella «Mezzaluna sciita» che nel 2004 il re giordano Abdullah identificò come il maggiore pericolo per gli Stati sunniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex capo della Cia David Petraeus adoperano l’espressione «autostrada sciita» per far comprendere che consentirà a Teheran di avere accesso diretto alle coste del Mediterraneo Orientale, con conseguenze strategiche di rilievo.

Dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno tentato di impedire la nascita di tale «autostrada» spingendo le milizie arabo-curde a insediarsi lungo la sponda orientale dell’Eufrate ma il tentativo, pur portando all’entrata a Raqqa, è fallito perché i russi sono stati più abili nel sostenere l’avanzata concorrente di Assad ed Hezbollah. Di recente reparti curdi, sostenuti dal Pentagono, si sono trovati a breve distanza da unità di Assad affiancate da russi: l’attrito si è risolto con Washington che ha frenato i curdi e Mosca che ha spinto avanti i siriani. Ed è un segno del nuovo equilibrio di forze nella regione, dove ad essere in vantaggio sono i russi. È senza dubbio vero che unità americane sono posizionate ad Al-Tanf, ai confini con la Giordania, e nel Rojava curdo-siriano, ma al momento non sembrano in grado di impedire all’Iran di disporre del corridoio terrestre che ridisegna gli equilibri.

Ma non è tutto perché il terzo e decisivo fattore a favore di Teheran è il comportamento della Russia. Nei negoziati svoltisi ad Amman con Usa e Giordania, i russi hanno respinto le richieste di porre limiti geografici alla presenza iraniana in Siria. Anche Israele ha sostenuto tale necessità con Mosca – nell’ultimo incontro al Cremlino di Netanyahu con Putin – ma senza successo. Ciò significa che oltre due anni di combattimenti hanno forgiato un’alleanza Russia-Iran-Siria-Hezbollah a cui Mosca non intende rinunciare considerando l’asse sciita lo strumento più efficace per strappare il Medio Oriente agli Stati Uniti. La conseguenza è una vittoria strategica iraniana che porta la firma di Qasem Soleimani, l’alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione responsabile delle operazioni all’estero, agli ordini diretti del Leader Supremo dell’Iran, Ali Khamenei. Ad accrescere il prestigio militare, e l’influenza politica, di Soleimani c’è quanto avviene in Yemen dove i ribelli houthi, addestrati ed armati da Teheran, tengono in scacco il contingente pansunnita creato da Riad e riescono a bersagliare il territorio saudita con piogge di razzi, mortai e perfino qualche Scud. 

La descrizione di tale scenario fa comprendere che l’Iran è la potenza militare in ascesa in Medio Oriente, giovandosi delle debolezze di un fronte sunnita lacerato dalle divisioni interne come la disputa fra Qatar ed Arabia Saudita evidenzia. E trae autorità dal possesso di un programma nucleare legittimato dalla comunità internazionale con gli accordi di Vienna del 2015. L’unico vero grattacapo per Teheran è la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, determinata ad avere sotto il controllo delle sue milizie l’enclave siriana Idlib, proteggendo ciò che resta dell’opposizione sunnita.

Nulla da sorprendersi se Hassan Nasrallah, sceicco di Hezbollah, pronuncia discorsi sulla «vittoria in Siria» così come le indiscrezioni sullo spostamento di sunniti da alcuni quartieri attorno a Damasco lasciano intendere la volontà di consolidare gli sciiti nelle località più strategiche come l’aeroporto internazionale, che Teheran adopera per far arrivare ad Hezbollah in Libano più tipologie di missili. Israele ha condotto dozzine di raid per bloccare tale traffico d’armi ma Hezbollah è comunque riuscito ad ammassare in Libano un arsenale di almeno 150 mila vettori con gittata tale da minacciare l’intero Stato ebraico. Se a ciò aggiungiamo il tentativo di Hezbollah di produrre missili in appositi siti libanesi non è difficile arrivare alla conclusione che una Siria satellite iraniano può innescare un conflitto con Israele destinato a far impallidire il precedente del 2006. Chi più teme tale orizzonte è la Giordania di re Abdallah perché l’«autostrada sciita» la trasforma nell’avamposto sunnita, circondato da reparti filo-iraniani lungo i confini con l’Iraq e la Siria. Amman chiede protezione a Washington così come Gerusalemme fa pressione su Mosca: per impedire che il successo iraniano nella guerra siriana si trasformi nella premessa di una devastante guerra regionale.

È davanti a tale prospettiva che il presidente Trump ha deciso di assumere l’iniziativa puntando a frenare l’avanzata iraniana, aggredendone i pilastri: i Guardiani della rivoluzione, l’arsenale missilistico e il programma nucleare.

(Maurizio Molinari, La Stampa 15 ottobre 2017)

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