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Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / Ni le bien qu’on m’a fait, ni le mal / Tout ça m’est bien égal”.

Oggi, ora sono 53 anni fa, a soli 48 anni moriva a Parigi Édith Giovanna Gassion, per tutti La Môme Piaf, l’esile passerotto, poi solo Édith Piaf, l’unico e solo passerotto, la più grande voce di Francia e per molti la più grande e bella voce di tutti i tempi. Nata su un marciapiede, figlia di un saltimbanco e di una cantante di strada, la sua breve esistenza sarà un grido di disperazione e un inno alla vita che non le sarà mai favorevole.

No, niente di niente / No, non rimpiango niente / Né il bene che mi è stato fatto, né il male / Per me è lo stesso”. Quando le note di “Non, je ne regrette rien” risuoneranno nella sala dell’ Olympia, il tempio della musica parigina il cui direttore Bruno Coquatrix, per risollevare le sorti del Teatro vicino al fallimento, aveva supplicato la cantante perché si esibisse, un silenzio assordante prenderà la sala stracolma di spettatori e un fascio di luce celebrerà il mito: lei, una figura piccola e ricurva, minata nel fisico da tutte le malattie di questo mondo, due occhioni che si aggrappavano alla vita che le sfuggiva, una voce che rimarrà in eterno a suggellarne l’immortalità. Fu un trionfo!

Poco prima di morire, Édith canterà “À quoi ça sert l’amour” scritta per lei da Théo Sarapo, l’ultimo grande amore della sua vita. Ma, nel mondo, rimangono le note di La vie en rose da lei stessa scritta per il patrimonio musicale dell’umanità.

Colpito da infarto, forse anche per aver appreso la notizia della morte della sua grande amica Édith Piaf, nello stesso giorno moriva il poeta Jean Cocteau il cantore dei poeti maledetti, l’autore di Les Enfants terribles e del Il gallo e l’arlecchino il saggio sull’estetica musicale del Gruppo dei Sei. Cocteau non potrà pronunciare il discorso funebre da lui scritto per la sua amica Edith che in ogni caso sarà ascoltato dalle oltre centomila persone che si riverseranno per le strade di Parigi per accompagnare “l’usignolo” nella sua ultima dimora.

Una marea di popolo scortò tra le lacrime la voce del passerotto di strada che credeva nei miracoli: “non so il solfeggio eppure canto, da bambina ero cieca eppure vedo”. Dai balconi di una Parigi frastornata si udiranno le note di “Hymne à l’amour” che commuoveranno il mondo.

(Franco Seccia, com.unica 11 ottobre 2017)

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