[ACCADDE OGGI]

Esattamente sessant’anni fa, il 27 settembre 1957, moriva a Milano Leo Longanesi, il “papà del giornalismo italiano moderno” per Massimo Fini, il “fustigatore impietoso, i cui scritti conservano ancora a distanza di anni la stessa capacità di fissare vizi e virtù del nostro Paese” per Pietrangelo Buttafuoco, “l’uomo più importante della mia vita, quello che più ho amato e odiato, il solo maestro che mi riconosca anche nelle giravolte più rischiose e nei più azzardati zig-zag” per Indro Montanelli.

Leo Longanesi era romagnolo della provincia di Ravenna, un inquieto studente di giurisprudenza che volentieri lasciava libri e manuali di dottrina processuale per inseguire la sua voglia di dirne quattro a tutti riempiendo la sua casa di giornali e giornaletti da lui stesso scritti e editi. Traspariva in lui il desiderio di affermare le verità anche se scomode e tenacemente andava alla ricerca di intellettuali e scrittori per farsi ascoltare e per essere ammesso nei salotti dei liberi pensatori. Ci pensarono Giuseppe Raimondi e Vincenzo Cardarelli ad accoglierlo nel cenacolo degli scrittori più influenti dell’epoca e nel contempo lui si legò di amicizia con alcuni gerarchi fascisti tra cui Arpinati, Grandi e soprattutto Italo Balbo. Collaborò a diversi giornali di ispirazione fascista ma ebbe sempre una spiccata predilezione per quelle testate che valevano culturalmente e che si distinguevano dalla massa della stampa locale e nazionale perché non erano perfettamente in linea con le veline di regime. Poi ebbe l’ardire di fondarlo lui un giornale che volle chiamare L’Italiano perché scrisse “…Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni… Uno stile non s’inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce…”. Naturalmente si attirò antipatie nelle alte sfere della gerarchia dell’epoca a cui seppe resistere anche grazie all’autorevolezza dei collaboratori del giornale, tra cui Vincenzo Cardarelli, Giovanni Comisso, Henry Furst e Mino Maccari, ma principalmente per il sostegno dello stesso Mussolini che vedeva di buon occhio la nascita di un movimento culturale che fiancheggiava il regime senza esserne fagocitato.

Leo Longanesi volle essere sempre il padrone e il solo padrone di quanto sosteneva e scriveva e, così come aveva fatto senza averne i mezzi da studente, volle diventare editore del suo giornale anche per dare la possibilità ai tanti collaboratori di avere una casa editrice che pubblicasse le loro opere in assoluta libertà e fuori dagli schemi del conformismo editoriale. Le sue edizioni si arricchirono con i lavori di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi, Vincenzo Cardarelli, Antonio Baldini e Giovanni Ansaldo.

Quando ritenne che era giunto il momento di cimentarsi tra la grande stampa ebbe l’idea di lanciare un settimanale nuovo per la concezione del giornalismo dell’epoca, una rivista di carta patinata sulle cui pagine la “fotografia cogliesse il mondo in flagrante accanto a testi ben fatti” e nacque, grazie agli editori di fama come Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori “OmnibusSettimanale di attualità politica e letteraria”. Fu la nascita del rotocalco italiano e uno straordinario successo editoriale anche grazie alle prestigiose firme di Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio.

Tornando a Montanelli che dice di riconoscersi in Leo Longanesi anche per le sue giravolte rischiose e gli azzardati zig-zag è chiaro il riferimento oltre che all’innato anticonformismo dello scrittore, giornalista e editore anche a quanto a questi accadde con la guerra e con il dopoguerra. Longanesi non seguì “i vinti” di cui già aveva predetto il destino al Nord ma nemmeno si allineò alle ammucchiate antifasciste dei rifugiati al Sud, lui compreso, che di lì a poco infuriarono per l’Italia e scriverà che “perdere una guerra è una cosa disastrosa, ma non è un fatto irrimediabile. Sotto certi aspetti, è bene anche perderne qualcuna di guerre, ma è un errore lamentarsene e dimenticarsene. Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori”. Continuerà a scrivere e a fondare giornali e riviste e a pubblicare libri di autori che forse non avrebbero trovato ospitalità, come Giuseppe Berto con il suo bellissimo “Il cielo è rosso”, perché fino alla morte, che arrivò improvvisa come da lui sempre desiderato, crederà che “Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.

(Franco Seccia, com.unica 27 settembre 2017)

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