Pensate a quanto possa essere ridicolo un uomo con le lenti degli occhiali spesse come fondi di bottiglia; immaginatevi, per renderlo ancor più ridicolo, di mettergli un elmetto verde in testa e come se non bastasse, a quest’uomo, appesantito dagli anni e da qualche chilo, mettiamogli in mano, al colmo della ridicolaggine, un mitra. Richiudiamolo, quest’uomo, dentro un grande Palazzo e lasciamolo lì per un momento.

Ora immaginatevi un altro uomo, più o meno coetaneo di quello che abbiamo lasciato rinchiuso nel Palazzo. Un uomo che soffre nel suo letto e sente l’avvicinarsi implacabile della fine. Al suo capezzale una donna che dev’essere stata bellissima e da come guarda il suo uomo, da come gli tiene la mano, capisci che è stato un amore infinito, un amore immenso perso e ritrovato in quella nella Casa de la Isla Negra. Lasciamo l’uomo sofferente e la donna al capezzale che gli tiene la mano e spostiamoci da la Isla Negra a Valparaiso.

Lì c’è un uomo con lo sguardo di ghiaccio: ha una divisa con le mostrine inappuntabile nel suo essere militare. Parla al telefono: ordini secchi, precisi. Ordini che hanno albergo dentro a quel cervello forgiato all’obbedienza.

In quegli occhi di ghiaccio vedi scintillare la luce del tradimento, in quello sguardo di pietra vedi agitarsi l’appetito famelico dell’avvoltoio. Ora ricordatevi dell’uomo ridicolo appesantito dagli anni e da qualche chilo, con l’elmetto slacciato e troppo grande per quella testa, gli occhiali con le lenti spesse come fondi di bottiglia, con in mano un mitra e chiedetevi come un uomo così possa ritrovare, in un qualsiasi momento della vita, un po’ di dignità. Se poi lo immaginate chiuso dentro un Palazzo vuoto, un Palazzo immenso uno di quei Palazzi costruiti per custodire il Potere capite che non ci può essere dignità né in un gesto, né in un movimento, né in un passo.

Aerei passano sopra la città. Una città vuota abitata solo da carri armati e fantasmi. Plotoni, legioni, gruppi scelti a presidiarla, la città. E ad assediare il Palazzo dove è rinchiuso il destino ridicolo di quell’uomo.

L’uomo in divisa intanto fuma a grandi boccate un Cohiba mentre sulla finestra della Casa de la Isla Negra si è poggiato un corvo. Col becco richiama l’attenzione della donna: un brivido le corre lungo la schiena e insieme al corvo che se ne vola via sente il ronzio asfissiante degli elicotteri. Sembra dormire Don Pablo ma, in realtà anche lui ha capito tutto: è l’approssimarsi della fine della speranza. Le parole gli si fermano in gola e solo una lacrima e un pensiero per Salvador.

Dove risiede la dignità di un uomo al colmo del ridicolo? Non in un gesto, non in un movimento, non in un passo.

La dignità di un uomo esplode in tutta la sua potenza nella voce. Una voce piena, calda che non conosce paura anche nell’avvicinarsi della morte. Una voce orgogliosa, viva. Una voce che non morirà mai. Una voce che immensa sale nel cielo del Cile e attraverso le onde di Radio Magallanes giunge nelle case nei luoghi di lavoro, nelle miniere di rame.

Il metallo tranquillo di quella voce avvolge come una coperta di lana, apre i cuori, scuote le coscienze e incita il rancore degli avvoltoi.
Sibila fra i denti il Generale un hijo de puta quando la sente, quella voce. Una voce che evoca le lotte epocali dei poveri, degli emarginati. Una voce che nella sua pienezza evoca il riscatto del popolo. Una voce che dice parole chiare, nette, definitive e dice, quella voce: mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.

E continua dicendo, la voce: mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.

Le truppe, i corpi scelti, i reparti speciali selezionati direttamente dal Generale assediano ancora La Moneda… ancora qualche ora ed entreranno con la forza… l’operazione è stata studiata nei minimi dettagli e non può lasciare vivo quell’uomo… l’uomo che ha rappresentato una speranza per il mondo intero… la speranza di far convivere libertà e giustizia… uguaglianza e diritti… e la senti la voce calda sulle onde di Radio Magallanes entrare nella Casa de la Isla Negra e ridestare Don Pablo dall’oblio.

Parole calde come un pane appena sfornato, parole che dicono, come una profezia, che quella voce continueremo a sentirla e che lui, l’uomo con l’elmetto slacciato, gli occhiali e il mitra in mano sarà sempre in mezzo al popolo e che il popolo non deve farsi crivellare sotto gli spari del Condor, ma nemmeno farsi umiliare.

Infine le ultime parole prima che qualcuno tagli anche l’ultimo collegamento fra Salvador e il mondo, fra Salvador e Don Pablo, fra un esempio di giustizia e un poeta.

Quelle parole suonano ancora come un giuramento altissimo di dignità: queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.

Poi il silenzio.

Per lunghissimi minuti il silenzio.

L’uomo si lascia cadere su un divano. Fuori si sentono avanzare i cingoli dei carrarmati e spari. Tantissimi spari.

D’improvviso si alza, l’uomo. Come richiamato da un ordine. Scatta in piedi, quasi sull’attenti. Prende il mitra e si dirige con passo marziale verso un’altra stanza. Adesso quell’uomo ha riacquistato la dignità anche nei movimenti, nei gesti anche più innocenti come quello di rassettarsi la giacca, sistemarsi gli occhiali sul naso o un ciuffo che gli cade sulla fronte.

Spenta la sua voce, avanza dignitoso come un guerriero ateniese per quegli immensi corridoi. Si sente il risuonare dei suoi passi e poi un rumore forte. 

Corse sulle scale e i suoi passi.

Ancora corsa su per le scale di uno, due, dieci, cento uomini.

Tutti su per le scale: più affamati di una muta di cani, mille volte più affamati dei cani.

E quei passi che continuano, dignitosi e poi – al culmine della tragedia di un uomo e di un popolo – una raffica di mitra a squarciare l’aria.

E un corpo esanime riverso, col cranio fracassato su un divano.

Era l’11 settembre 1973 a Santiago del Cile.

(Emiliano Deiana, 11 settembre 2016)

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