[ACCADDE OGGI]

Nel suo bellissimo film “Tutti a casa” Luigi Comencini utilizzando il favoloso volto di Alberto Sordi – l’italiano per antonomasia – ci racconta la storia del sottotenente Alberto Innocenzi che come tanti soldati italiani in divisa il mattino del 9 settembre 1943 conseguentemente all’annunzio di Badoglio sull’”armistizio” dell’8 settembre scoprì che la guerra non era finita, come pure si poteva intendere dalle parole dette alla radio dal maresciallo d’Italia, ma che semplicemente erano cambiati i nemici e gli alleati. Innocenzi così come tanti altri commilitoni sbandati e senza direttive, privato in quelle tragiche ore di ogni senso di appartenenza e di fedeltà, nel fuggi fuggi generale cercò la strada di casa ma non gli fu facile trovarla. Alla fine dinanzi al dramma della privazione degli affetti più cari e delle atrocità viste e subite, il tenente Innocenzi volontariamente riprese le armi in nome della “libertà”.

Ma andarono realmente e solo così come ce le racconta Comencini i fatti di quell’8 tragico settembre del 1943? Certo era diffusissima la voglia di farla finita con la guerra. E per i tanti giovanissimi non in divisa era palpabile quel senso di frustrazione che si legge nelle parole di Carlo Mazzantini, l’autore di “A cercar la bella morte”: “Di tre fratelli che eravamo, uno che l’8 settembre si trovava in Sardegna era entrato a far parte dell’esercito del regno del Sud, mentre io e l’altro avevamo scelto la repubblica di Salò. L’impressione che ebbi di Roma in quei giorni fu terribile, non c’era nulla da mangiare, mia madre e mio padre vivevano col poco che gli garantiva la tessera annonaria, e soprattutto c’era in giro un’aria di disperazione e rassegnazione da far paura”. Ma il peso maggiore di quei tragici avvenimenti finì sulle spalle delle migliaia e migliaia di soldati italiani ancora combattenti fuori dai confini della Patria. Per ricordarli tutti la mente corre ai martiri di Cefalonia e di Corfù immolatisi per un senso di onore che il loro re e i loro governanti avevano gettato come carta straccia con l’ignominia della fuga da Roma.

Il ricordo di quel giorno è nel saper leggere la storia che ci viene dalla motivazione della medaglia d’oro al valor militare al Capitano di Corvetta soprannominato il “Corsaro dell’Atlantico” Carlo Fecia di Cossato: “Valente e ardito comandante di sommergibile, animato, fin dall’inizio delle ostilità, da decisa volontà di successo, durante la sua quinta missione di guerra in Atlantico affondava quattro navi mercantili per complessive 20516 tonnellate ed abbatteva, dopo dura lotta, un quadrimotore avversario. Raggiungeva così un totale di 100.000 tonnellate di naviglio avversario affondato, stabilendo un primato di assoluta eccezione nel campo degli affondamenti effettuati da unità subacquee. Successivamente, comandante di torpediniera, alla data dell’armistizio dava nuova prova di superbo spirito combattivo attaccando con la sola sua unità sette navi germaniche di armamento prevalente che affondava a cannonate dopo aspro combattimento, condotto con grande bravura ed estrema determinazione. Esempio fulgidissimo ai posteri di eccezionali virtù di comandante e di combattente e di assoluta dedizione al dovere. Oceano Atlantico, 5 novembre 1942 – 1º febbraio 1943; Alto Tirreno, 9 settembre 1943”.

Carlo Fecia di Cossato combatté con onore gli alleati e poi i tedeschi sempre ligio ai suoi doveri di marinaio e militare integerrimo che eseguiva gli ordini ricevuti. Ma un ordine si rifiutò di eseguirlo quello di consegnare le navi al suo comando ai nuovi e prepotenti alleati. Pagò il suo ammutinamento con la galera da cui lo liberò la rivolta dei suoi marinai. Ma libero non ebbe il coraggio di proseguire la vita e suicidandosi scrisse alla madre “Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace. Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo nella mia vita”.

(Franco Seccia/com.unica, 8 settembre 2017)

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