[ACCADDE OGGI]

Il celebre tenore è stato uno dei grandi messaggeri dell’Italia nel mondo in una esistenza meravigliosamente spesa per la musica.

Si è fatto un gran parlare qualche tempo fa a proposito della sorprendente scoperta che la lingua italiana risulterebbe essere la quarta tra le lingue più studiate al mondo. Giornali, esperti e studiosi si sono interrogati sulle ragioni di un così felice piazzamento della lingua di Dante nelle classifiche mondiali. Naturalmente in tanti hanno parlato dell’antico popolo dei migranti che raggiugendo i porti di ogni luogo del pianeta portavano, e come potrebbe essere stato diversamente, insieme alle loro ansie e aspirazioni per una vita meno grama il bell’idioma italico sia pure infarcito dalle diverse inflessioni dialettali che attraversano lo Stivale. Non pochi hanno attribuito la bella scoperta della volontà di apprendere l’italiano alla bontà della nostra cucina e perciò alla lettura e alla diffusione delle sue ricette. In pochi, pochissimi si sono ricordati del grande, immenso veicolo che lungo l’arco di oltre due secoli l’Opera Lirica o se preferite il Melodramma ha rappresentato e rappresenta per la conoscenza dell’italiano nel mondo. Ma tant’è e c’è poco da sorprendersi se solo pensate che da qualche tempo i nostri conservatori si affollano di iscrizioni per lo studio delle tecniche vocali liriche da parte di studenti che esibiscono i passaporti di mezzo pianeta e principalmente di cinesi, coreani, giapponesi, russi, australiani e così via per l’intero globo mentre pochi restano gli studenti con carta d’identità italiana. È così e a malincuore bisogna prenderne atto anche sapendo che da noi e in pochi altri paesi al mondo lo studio della musica e in particolare del bel canto non è materia di studio obbligatoria.

A tal proposito, ricorrendo oggi 6 settembre, il decimo anniversario della morte di Luciano Pavarotti, non possiamo non ricordare che è stato lui, il grande tenore modenese, uno dei massimi messaggeri, forse il più grande anche grazie ai tempi e alla facilità di comunicazione odierna, della lingua italiana che Luciano Pavarotti ha liricamente cantato dinanzi a sterminate platee sparse in ogni angolo della terra.

Chi non lo ricorda e non ha ancora nelle orecchie la sua splendida voce e l’esemplare fraseggio mentre aizzava gli animi degli appassionati di calcio nello spot di annunzio per la coppa del mondo del 1990 con quel “Vincerò!” che in tanti cronometravano per misurare la lunghezza di quel formidabile “do di petto”? Certo non tutti, specialmente da noi, sapevano che si trattava di un’aria tratta dalla Turandot di Puccini, l’opera incompiuta del grande musicista toscano, dove “Big Luciano” vestiva i panni del principe tartaro Calaf mentre per amore della sua Liu soggiaceva agli atroci indovinelli che per vendetta Turandot imponeva presso la sua corte di Pechino. E così l’aria pucciniana “Nessun dorma” fini per chiamarsi “Vincerò” sulle labbra dei numerosi giovani che comunque grazie a Luciano Pavarotti furono obbligati a interessarsi, sia pure e solo per un momento di euforia calcistica, al bel canto e al Melodramma e l’indovinello passò di bocca in bocca: “Vincerò” o “Nessun Dorma”.

Ricordiamo oggi Luciano Pavarotti omettendo i lunghissimi tratti di una vita piena, zeppa di successi planetari che tutti possono sapere perché “Big Luciano” resta un gigante in ogni luogo dove si parla di musica a tal punto che persino i suoi critici più feroci continuano a parlare di lui per la sua ostinazione a voler continuare a interpretare ruoli in frequente commistione tra lirica, pop e rock. Fu forse questo il prezzo da pagare per avvicinare i giovani alla bella musica. Del resto nella dichiarazione apparsa sul suo sito il giorno seguente a quel 6 settembre 2007 c’è la risposta a tutto: “Penso che una vita per la musica sia un’esistenza spesa meravigliosamente”.

(Franco Seccia/com.unica, 6 settembre 2017)

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