L’editoriale del direttore de La Stampa Maurizio Molinari sull’offensiva francese in Libia.

In Libia è in corso una prova di forza fra potenze europee e Stati musulmani che ha in palio l’assetto del Maghreb. È un Grande Gioco in versione nordafricana, disseminato di deboli intese e sgambetti improvvisi, che vede la Francia in vantaggio perché è l’unica ad avere una strategia di dimensione regionale. Parigi sin dalla decolonizzazione ha conservato un legame privilegiato con i Paesi francofoni del Sahel, ha in Ciad una piattaforma militare, dal 2013 ha inviato un contingente in Mali contro i gruppi jihadisti ed ora con il presidente Emmanuel Macron lo ha rafforzato siglando un patto con Niger, Ciad, Mali, Mauritania e Burkina Faso per affiancargli altri 4000 uomini. Ciò significa una solida presenza, strategica, nel Sahel trasformato quasi in una provincia d’Oltremare, con tre obiettivi: guidare la guerra ai jihadisti, controllare le ingenti risorse locali e arginare quanto possibile i flussi migratori. A questo bisogna aggiungere il legame privilegiato con il Marocco di Mohammed VI.

È in tale quadro, che Macron inserisce l’offensiva in Libia facendo leva su Khalifa Haftar ovvero il generale di Bengasi sostenuto, armato e finanziato dall’Egitto di Abel Fattah Al Sisi. L’iniziativa ha come protagonista il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e partner privilegiati tanto l’Egitto che gli Emirati Arabi Uniti, accomunati da un obiettivo specifico: tolleranza zero nei confronti dei gruppi islamici libici sostenuti da Qatar e Turchi, ovvero riconducibili, in qualche maniera, al fronte della Fratellanza musulmana rivale dell’alleanza degli Stati sunniti guidata dall’Arabia Saudita. Poiché Haftar è l’interprete più spietato della guerra totale ai Fratelli musulmani è attorno a lui che convergono i Paesi più ostili all’asse Qatar-Turchia a cui Macron offre una sponda europea. In termini libici ciò significa che Haftar va oltre l’impegno a ripulire la Cirenaica dai gruppi islamici, per proteggere l’Egitto da infiltrazioni, e promette di estendere tale approccio in Tripolitania, alle milizie di Khalifa Gweill e gruppi simili, finanziati da Doha e Ankara. Sulla carta il premier Fayez al-Sarraj è avversario di Haftar ma in realtà il suo primo sponsor sono stati gli Emirati Arabi Uniti e così il presidente Khalifa bin Zayed Al Nahyan ha avuto gioco facile a spingerlo verso il summit di Parigi. A spiegare l’accelerazione francese in Maghreb c’è anche il tassello algerino: il presidente Abdelaziz Bouteflika è da tempo gravemente malato e la transizione che incombe fa temere un ritorno dei gruppi islamici degli Anni ’90. Dunque Parigi vuole limitare al massimo l’instabilità nei Paesi limitrofi.

In tale cornice il maggiore rivale regionale dell’Eliseo è l’Italia. Siamo infatti il Paese più presente in Libia, sul piano economico e della sicurezza, quello più impegnato a mantenerne l’unità nazionale nel dopo-Gheddafi, l’alleato dei clan di Misurata che hanno espulso Isis da Sirte ed anche il protagonista di un’innovativa diplomazia del deserto che, prima con il governo Renzi ed ora con quello Gentiloni, ci ha visto dialogare con Tripoli ed al contempo con le tribù del Fezzan che controllano i confini meridionali della Libia con Algeria, Niger e Ciad. La strategia italiana di creare, assieme alle tribù Tebu, Sulayman e Tuareg, una fascia di sicurezza e sviluppo all’estremo Sud della Libia per combattere i trafficanti di uomini e i gruppi jihadisti è avanzata fino a coinvolgere Niger, Ciad e Mali. Per l’Italia tutto ciò ha significato accreditarsi a Washington come il «Paese leader sulla Libia» – espressione coniata da Obama e ripetuta da Trump – ed anche offrire all’Europa uno scenario innovativo per fronteggiare trafficanti e terroristi. Ma Parigi lo ha vissuto come un’intrusione nel Sahel, ovvero nel proprio cortile di casa.

Nell’intento di stabilizzare la Libia, l’Italia si è affacciata nel Sahel come potenza europea alternativa a Parigi. Fino a quando all’Eliseo vi è stato un presidente debole con François Hollande ciò è stato possibile ma con l’arrivo di Macron lo scenario è mutato radicalmente: contendendoci la leadership in Libia, la Francia punta ad allontanarci dal Sahel ed a diventare l’alleato europeo privilegiato del fronte sunnita nel Maghreb. Incassando le relative ricadute in commesse militari e investimenti economici. È un’operazione ambiziosa e spregiudicata – basti pensare che nel Golfo invece Parigi usa proprio il Qatar per rafforzare il legame con l’Iran – ma nel mondo arabo in rapida trasformazione può dare dei risultati. Tanto più che l’Italia somma tre debolezze: ha come alleato privilegiato Al-Sarraj, legittimato dall’Onu ma vulnerabile a Tripoli; finora non ha ospitato Haftar; non può contare sull’Egitto per il congelamento dei rapporti dovuto al caso-Regeni. A suggerire che gli interessi italiani in Libia siano sotto assedio c’è anche quanto sta avvenendo a Misurata, la città dove abbiamo costruito un ospedale civile, abbiamo circa trecento uomini, collaboriamo con britannici ed americani contro Isis, ed abbiamo nel vice-premier libico Ahmed Maitig un solido interlocutore: proprio qui, da qualche tempo, si affacciano gli inviati di Mosca, offrendo ogni sorta di aiuti ed attenzioni. Perché il Cremlino è attirato da ciò che più distingue Misurata: la qualità dei suoi combattenti. Insomma, la sfida fra potenze in Libia è in pieno svolgimento e spetta adesso all’Italia compiere la prossima mossa – d’intesa con altri Paesi o meno – puntando a difendere i propri interessi: sconfiggere i jihadisti, ostacolare quanto più possibile i trafficanti di esseri umani e proteggere gli investimenti nei settori economici.

(Maurizio Molinari, La Stampa 30 luglio 2017)

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