“Decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali dei deputati operai, contadini e dell’Armata Rossa. Avendo notizia che bande cecoslovacche minacciano Ekaterinburg, capitale rossa degli Urali, e considerando che il boia coronato, qualora si desse alla latitanza, potrebbe sottrarsi al giudizio del popolo, il Comitato esecutivo, dando corso alla volontà del popolo, ha decretato di procedere all’esecuzione dell’ex zar Nikolaj Romanov, colpevole di innumerevoli crimini sanguinosi.” Con queste parole del 20 luglio 1918 il mondo apprese la notizia della morte di Nikolaj Aleksandrovic Romanov, ovvero di Nicola II Zar di tutte le Russia.

Il comunicato non riportava la data dell’avvenuta “esecuzione”, nulla diceva dello sterminio dell’intera famiglia dello Zar e del seguito che la accompagnava e falsamente attribuiva la decisione di uccidere Nicola II ad uno suo tentativo di fuga.

I fatti furono parecchio diversi e solo molto più tardi verranno rivelati anche attraverso le testimonianze degli esecutori di quel massacro e in ogni caso i dubbi sulla loro attendibilità daranno l’avvio a interminabili congetture e supposizioni anche al riguardo di improbabili sopravvissuti alla strage.

Per la storia lasciamo la parola, una parola agghiacciante, al commissario cekista Jakov Jurovskij incaricato dal Soviet degli Urali in stretto contatto con Lenin di procedere allo sterminio dei Romanov: “nella notte tra il 16 e il 17 luglio, alle 11 di sera, chiamai il mio assistente Medvedev e gli diedi le seguenti disposizioni: raccogliere 11 revolver dai soldati della casa; avvisare il corpo di guardia della casa di non allarmarsi, se avesse udito degli spari. Al pianterreno era stata scelta una stanza con un tramezzo di legno stuccato (per evitare rimbalzi), da cui erano stati levati tutti i mobili. La squadra era pronta nella stanza accanto. I Romanov non avevano intuito nulla. A mezzanotte, svegliai i Romanov e ordinai loro di prepararsi per una partenza; spiegai che, in concomitanza dell’arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz’ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra, il medico Botkin, l’inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Olga, Tatiana, Marija, Anastasija, Aleksej e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e li invitai ad entrare nella stanza del pianterreno. Nikolaj aveva in braccio Aleksej, gli altri portavano dei cuscinetti e delle piccole cose di vario genere. Entrando nella stanza vuota, Aleksandra Fedorovna (l’imperatrice) domandò: -Ma come, non c’è neppure una sedia? Non ci si può neppure sedere?-. Ordinai di portare due sedie. Nikolaj fece sedere su una sedia Aleksej, mentre sull’altra prese posto Aleksandra Fedorovna. Ai rimanenti ordinai di disporsi in fila. Quando tutto fu pronto, chiamai il commando armato e 10 uomini che si ammassarono sulla porta attendendo l’ordine. Quando entrò la squadra, dissi ai Romanov che in considerazione del fatto che i loro parenti continuavano l’attacco contro la Russia sovietica, il Comitato esecutivo degli Urali aveva deciso di giustiziarli. Nicola voltò le spalle alla squadra, volgendosi verso la famiglia, poi, come tornato in sé, si girò chiedendo: -Come? Come?- ripetei in fretta e ordinai alla squadra di puntare. Nicola non disse più nulla, si voltò di nuovo verso la famiglia, agli altri sfuggirono altre esclamazioni sconnesse. Tutto ciò durò alcuni secondi. Detta l’ultima parola presi di colpo il revolver dalla tasca e sparai allo zar. La zarina e la figlia Olga cercarono di farsi il segno della croce, ma non fecero in tempo. Gli uomini ammassati sulla porta tesero i revolver e bersagliarono sul gruppo: Aleksandra Fedorovna cadde subito dopo il marito, seguita da Aleksej; dopo di loro si rivolsero alle figlie e al seguito”.

Ancora più lugubri le parole di alcuni dei componenti il commando dei giustizieri: “Si formarono tre file di uomini che sparavano con le pistole. E la seconda e la terza fila sparavano al di sopra delle spalle di quelli che erano davanti. Le braccia con i revolver, protese verso i condannati, erano così tante e così vicine l’una all’altra che quelli che erano davanti ebbero il dorso della mano ustionato dagli spari di quelli che erano dietro. Nella confusione generale, i pianti e le urla delle ragazze confondevano gli uomini, che non riuscivano a mirare correttamente; le figlie, avendo cucito alcuni gioielli nei vestiti, dovettero subire più colpi prima di cadere e di cessare le due figlie minori dello zar erano accovacciate per terra contro la parete, con le braccia strette sul capo. Intanto due stavano sparando contro le loro teste. Aleksej era disteso sul pavimento. Qualcuno sparava anche contro di lui. La frel’na (tata, la Demidova) era sul pavimento ancora viva. …I gioielli cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne, che ferite e spaventate, non sembravano smettere di dibattersi in preda al dolore e al terrore… Allora mi slanciai nel locale dell’esecuzione e urlai di smetterla di sparare e di finire quelli che erano ancora vivi a colpi di baionetta… Uno dei compagni cominciò a spingere nel petto della frel’na la baionetta del suo fucile americano Winchester. La baionetta aveva l’aspetto di un pugnale, ma la punta non era acuminata e non penetrava. Ella si aggrappò con ambo le mani alla baionetta e cominciò a urlare. Poi la colpirono con i calci dei fucili. Dopo circa venti minuti, l’esecuzione ebbe termine”.

Perché ci chiediamo ancora. Perché tanta ferocia? Fu come disse Trotsky la necessità di dire al mondo che i sovietici “erano decisi a combattere senza pietà, non guardando in faccia a nessuno”. Lo storico Richard Pipes, sembra dar ragione a Trotsky quando afferma che “Come i protagonisti dei Demoni di Dostoevskij, i bolscevichi dovevano versare del sangue per legare i seguaci indecisi con il vincolo della colpa collettiva. Quando un governo si arroga il diritto di uccidere le persone, non per quello che hanno fatto o avrebbero potuto fare, ma perché la loro morte è necessaria, si entra in un ordine morale del tutto nuovo. È questo il significato simbolico dei fatti accaduti a Ekaterinburg nella notte fra il 16 e il 17 luglio 1918”.

(Franco Seccia, com.unica 16 luglio 2017)

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