È mancata ieri a Parigi Simone Veil, avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 13 luglio, essendo nata a Nizza nel 1927. Di religione ebraica, sopravvisse alla deportazione nei campi di sterminio nazista. È stata una delle maggiori protagoniste della politica internazionale: figura femminile forte, di grande spessore, ha lottato strenuamente per riemergere dall’incubo e restare fedele a se stessa e ai propri ideali. In Francia Simone Veil è stata magistrato, poi ministro della Sanità e membro del Consiglio Costituzionale; si è battuta per la dignità dei detenuti nelle carceri e per la liberalizzazione dell’aborto. Come presidente del Parlamento Europeo, si è impegnata per difendere l’autorità delle nuove istituzioni e ha lavorato costantemente per custodire la memoria della Shoah, perché quanto era accaduto a lei e a milioni di innocenti non accadesse mai più.

Qui pubblichiamo un brano ripreso dalla sua autobiografia, Una vita, pubblicato da Fazi editore nel 2011. “L’autobiografia di Simone Veil dimostra, in ogni pagina, la statura di una donna indipendente, mai gregaria, mai conformista” ha scritto il quotidiano “Le Monde” in occasione della presentazione del libro di memorie.

Gli Alleati avrebbero dovuto bombardare i campi? Alla fine delle ostilità, si è discusso molto su questo problema. A volte ho avuto l’impressione che alcuni intellettuali si impegnassero più ad additare l’astensione «colpevole» di Roosevelt e Churchill che a denunciare gli onori dei campi di concentramento nazisti. Nel criticare le scelte strategiche degli Alleati è preferibile impiegare una certa ponderatezza, piuttosto che giudizi perentori. Malgrado i numerosi argomenti avanzati in favore dei bombardamenti che avrebbero dovuto distruggere le camere a gas, non posso fare a meno di nutrire delle riserve. Quando gli Alleati tentarono un’operazione del genere, ad Auschwitz, non ottennero granché. Mia sorella Denise, otto giorni prima della fine dei combattimenti, a Mauthausen si trovò coinvolta in un attacco aereo a sorpresa.

Quel giorno, insieme ad altre sette compagne, stava sgomberando le rotaie del treno, devastate da un bombardamento precedente. Non avendo avuto il tempo di mettersi al riparo, cinque di loro morirono. Quei bombardamenti, dunque, hanno avuto il doppio svantaggio di essere inefficaci e crudeli. Inefficaci perché non hanno mai spaventato i responsabili dei campi, crudeli perché alla fine hanno ucciso più deportati che nazisti. In conclusione, mi sembra che le polemiche su questo argomento servano solo a nutrire i falsi dibattiti di cui tante persone si mostrano avide quando gli eventi sono passati, la discussione non costa niente ed è priva di rischi. Per quanto mi riguarda, penso che gli Alleati abbiano fatto bene ad avere come priorità assoluta la conclusione delle ostilità. Se si fossero diffuse le notizie riguardo ai campi, l’opinione pubblica avrebbe esercitato una tale pressione per farli liberare che l’avanzata degli eserciti sugli altri fronti, già difficile, avrebbe rischiato di esserne ritardata. I servizi segreti erano informati delle ricerche tedesche in materia di nuove armi. Nessuno stato maggiore poteva rischiare di far differire il crollo del Reich. Le autorità alleate optarono dunque per il silenzio e l’efficacia.

Comunque ciò non toglie che negli Stati Uniti i più informati sapevano cosa stava accadendo nei campi, e che la comunità ebraica americana non disse una parola, senza dubbio nel timore di un afflusso smisurato di rifugiati. Come non condivido i giudizi negativi sul silenzio colpevole degli Alleati, non condivido il masochismo di alcuni intellettuali, come Hannah Arendt, sulla responsabilità collettiva e la banalità del male. Un tale pessimismo non mi piace. Anzi, sarei portata a vederci un comodo gioco di prestigio: dire che tutti sono colpevoli equivale a dire che non lo è nessuno.

(traduzione di Francesca Minutiello)

(com.unica, 2 luglio 2017)

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