Oltre 50mila soldati delle Forze democratiche siriane (SDF), composte in maggioranza da curdi e appoggiate dagli Stati Uniti, sono entrate ieri a Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico nel Nord della Siria. Ma la battaglia per conquistare la città si annuncia lunga e sanguinosa, anche per i civili (Ap). Il Partito curdo di unità democratica, o PYD, che mira a difendere le aree curde della Siria, ha stabilito un patto tacito di non aggressione con il governo siriano sin dall’inizio della guerra civile e viene visto da alcuni ribelli come un alleato tranquillo del presidente Bashar Assad, accuse che però il PYD nega. L’apporto dell’esercito Usa è soprattutto quello di un sostegno militare (con armi pesanti) e diplomatico all’Fdf.  È noto che sul campo sono presenti centinaia di operatori delle forze speciali incorporate di fatto nell’SDF che il Pentagono afferma si limitino a un ruolo di consulenza. Oltre a fornire l’artiglieria e un sostegno aereo quotidiano, gli Stati Uniti hanno fornito un sostegno decisivo al raid aereo che nello scorso mese di marzo ha permesso di  liberare la fortezza di Tabqa dai jihadisti.

Nel frattempo una serie di tweet il presidente americano Donald Trump ha affermato di aver appoggiato e addirittura rivendicato di aver suggerito la decisione di Arabia, Egitto, Emirati e Bahrein di rompere i legami diplomatici con il Qatar, accusato di finanziare i movimenti terroristici. Dal Pentagono però è arrivato un elogio agli sforzi del Paese, dove gli Stati Uniti hanno una importante base aerea, per garantire la stabilità della regione. E il segretario di Stato ha detto che lavorerà per una soluzione diplomatica della crisi. Il vero obiettivo della coalizione saudita è un cambio di regime a Doha, scrive il Financial Times. Intanto la Giordania ha chiuso l’ufficio locale di Al Jaazera, accusata di faziosità nel mondo arabo.

(com.unica, 7 giugno 2017)

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