[ACCADDE OGGI]

Liberale e conservatore, un nobile piemontese che aveva sulla bocca e nel cuore la Francia prima che l’Italia, un grosso proprietario terriero innovatore e promotore di nuove tecniche in agricoltura, politicamente votato al libero scambio e all’allargamento dei mercati per l’incremento del profitto, il capo e fondatore della destra storica italiana; è Camillo Benso, conte di Cavour morto cinquantunenne nella sua Torino il 6 giugno 1861. Di lui si può pensare tutto il bene e tutto il male di questo mondo, soprattutto oggi che la verità, anche se con fatica, avanza lungo i binari della storia lavata dalle macchie con cui la vulgata risorgimentale l’aveva insudiciata. Ma nessuno può disconoscere che Camillo Benso, conte di Cavour occupa un posto da gigante sulla scena della politica italiana e europea.

Fu nemico e fautore delle guerre a seconda delle convenienze e fu ferocemente anticlericale anche se cercava il conforto religioso nelle benedizioni dei vescovi e dei preti che faceva arrestare se non si piegavano ai suoi voleri come accadde all’arcivescovo di Torino Luigi Fransoni.

Persino Mussolini dirà bene di Cavour nel suo famoso discorso alla Camera nel 1929 sui Patti Lateranensi, e riferendosi allo stallo delle azioni risorgimentali degli anni intorno al 1850 dirà: “…La rivoluzione italiana ha un tempo di arresto; tuttavia, prima ancora della spedizione di Crimea, ci sono i moti di Milano, disgraziati, e le forche eroiche, e cristiane anche, di Belfiore. Cavour ha un lampo di genio, quando decide di mandare le sue truppe in Crimea. Chi tra i due aveva torto? Cavour, che diceva: -Mandate i piemontesi in Crimea, se volete contare qualche cosa nel mondo- (e in ciò era appoggiato dalla più potente apparizione della storia del Risorgimento italiano, parlo di Giuseppe Garibaldi), o Mazzini, così ostile alla spedizione in Crimea, che giunse sino a stampare un manifesto, nel quale si consigliavano i soldati piemontesi a disertare? Aveva ragione Cavour, aveva ragione Garibaldi. Se il Piemonte non fosse andato in Crimea non sarebbe andato a Parigi; e se non fosse andato a Parigi, non avrebbe avuto voce nel concerto delle potenze europee. Si può dire che, andando in Crimea, fu assicurato nel 1859 lo sviluppo ulteriore della rivoluzione italiana”.

Fu nemico di Mazzini perché ossessionato dagli ideali repubblicani del patriota e filosofo genovese e per questo non risparmiò il carcere al mazziniano Francesco Crispi esule a Torino dalla sua Sicilia. Non fu mai amico di Garibaldi che considerava un avventuriero ma lo utilizzò politicamente fino al punto di ufficialmente bloccarlo in Sicilia ma di nascosto di autorizzarlo a conquistare Napoli.

Fu l’uomo di destra che ideò e costruì l’incontro con la sinistra e fu il precursore delle formule governative di centrosinistra, certo un’altra sinistra e un altro centrosinistra rispetto ai nostri tempi.

Fu abilissimo nel manipolare l’informazione e assoggettarla alla sua politica e, nonostante i divieti di legge, sovvenzionò con fondi statali l’Agenzia Stefani, che sarà poi l’Ansa e, come ricorda Gigi Di Fiore nella sua Controstoria dell’unità d’Italia, utilizzerà i dispacci dell’Agenzia per controllare mediaticamente la vita del Regno di Sardegna.

Morì inaspettatamente pochi mesi prima che fosse proclamato il Regno d’Italia e in punto di morte, nonostante la scomunica papale, chiese i conforti religiosi al parroco della chiesa vicina al sua palazzo, il francescano Giacomo da Poirino che gli somministrò l’estrema unzione giustificandosi con Papa Pio IX perché Cavour aveva dichiarato di “voler morire da vero e sincero cattolico”. Ma Pio IX non volle credere al pentimento di Camillo Benso, conte di Cavour e il povero francescano fu sospeso a divinis perdendo per sempre il suo stato clericale.

(Franco Seccia/com.unica, 6 giugno 2017)

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