[ACCADDE OGGI]

Forse per la prima volta il nome del paesino ciociaro Vallecorsa arrampicato ai Monti Ausoni con le sue uniche terrazze coltivate ad uliveto, fu pronunciato nell’Aula di Montecitorio. In aula assonnata e deserta che nella seduta notturna del 5 aprile 1952 ascoltava le parole della deputata comunista Maria Maddalena Rossi e la sua appassionata denunzia degli atti vandalici, degli stupri e delle inenarrabili violenze compiute con incredibile e animalesca ferocia dalle truppe marocchine nella primavera del 1944 in tutto il Cassinese e in Ciociara (in verità si saprà poi di analoghi episodi verificatosi nella Sicilia “liberata”). Ad un certo punto la Rossi affermò “ A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole”.

Luigi Mauri era un contadino di Vallecorsa, uno di quegli onesti e infaticabili lavoratori che con la sola forza delle braccia hanno reso l’unicità delle coltivazioni a terrazzamenti del paesino ciociaro riconosciuto come Paesaggio Rurale Storico. Ma la forza delle sue braccia non fu sufficiente a fermare quelle canaglie che il 26 maggio 1944 davanti ai suoi occhi atterriti violentarono, stuprarono e seviziarono la moglie e le sue giovanissime quattro figlie. Tentò in maniera disperata di fermarli, tentò fino allo stremo delle forze, tentò tutto fino a che lo uccisero scaricandogli addosso i colpi delle loro armi mentre la moglie e le figlie impotenti soggiacevano alla animalesca voluttà delle belve.

Il mondo conoscerà quelle storie tremende otto anni dopo le denunzia della Rossi e sedici anni dopo lo svolgimento di quegli efferati crimini con il film di De Sica “La Ciociara” tratto da un soggetto di Alberto Moravia che con la compagna Elsa Morante visse da sfollato il periodo dal 1943 a tutto il 1944 ospite in un villaggio di pastori sulla montagna Sant’Agata a Vallecorsa.

Sono passati tanti anni da quei terribili fatti ma ancora ci si chiede perché? Un perché difficile a trovarsi e che gela l’anima nel racconto di una donna “marocchinata”: “La battaglia infuriava, rimanere significava morire. A piccoli gruppi ci inoltrammo sui monti, ma tutti i rifugi erano già occupati, Il passo era svelto, stava per imbrunire, volevamo arrivare al paese di Vallecorsa prima del buio. … Ad un certo punto cominciammo a sentire strane grida, alzai gli occhi e guardai verso quelle voci incomprensibili: erano gli alleati, erano migliaia anche loro in fila indiana, erano ormai solo a qualche centinaio di metri da me. Mi fermai, presi respiro, alzai gli occhi al cielo e dissi: finalmente! Ma non feci in temo a rendermi conto di nulla; all’improvviso fui circondata da quei musi neri, alcuni avevano l’anello, vestiti a strisce, mi resi conto che qualche cosa di brutto stava per accadere. Mi alzai di scatto e con tutte le mie forze cercai di correre tra quelle brutte pietre. Non mi fecero fare neanche 10 passi, mi presero e cominciarono a spogliarmi, io provai a gridare, ma uno di loro mi avvolse il viso con uno di quegli stracci che avevano addosso, mi buttarono per terra cominciarono a schiaffeggiarmi. Mi violentarono. Sentivo le loro risate, sentivo la loro puzza, sentivo dolore. Poi arrivò il buio, ma la violenza continuava. Speravo di morire presto, ma sentivo dolore tanto dolore. Per tutta la notte continuarono a violentarmi. Ricordo che ogni tanto svenivo, la mia speranza era quella di non svegliarmi più, ma ognuno di loro, dopo avermi fatto violenza mi graffiava, mi schiaffeggiava, quasi fosse un rito, e purtroppo spesso quegli schiaffi mi risvegliavano. Volevo morire, ma questa maledetta morte non arrivava mai. Ogni ora che passava almeno 20 di loro abusavano del mio misero corpo- o di quello che ne era rimasto. Era di maggio. L’alba arrivò presto, mi svegliai con tanto freddo addosso , non c’era più puzza di quelle belve, mi resi subito conto che non era stato un brutto sogno, ero ancora viva, ma la mia anima era morta per sempre, il mio viso era così gonfio che gli occhi facevano fatica ad aprirsi…La morte non è nulla figlio mio”.

(Franco Seccia/com.unica, 26 maggio 2016)

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