Al G7 Finanze in corso a Bari l’Italia spinge per la web tax, una tassazione condivisa tra i vari Paesi nei confronti dei big dell’economia digitale. Un’ipotesi che, ha detto il ministro dell’Economia Padoan, “sta prendendo corpo”. Il summit, che si chiude oggi, dovrebbe licenziare un documento finale comune con una richiesta all’Ocse, che entro il 2018 pubblicherà un atteso rapporto sul tema. Una delle proposte italiane sul tavolo – scrive oggi il Corriere – è quella di concentrarsi sulla misurazione del traffico dati, cuore dei profitti della maggior parte dei giganti tech, da Google a Facebook. Tra le idee – da mettere in pratica solo una volta trovato l’accordo – c’è quella di modificare il concetto di «stabile organizzazione». Si tratterebbe quindi di creare una sorta di «contatore digitale», quindi uno strumento in grado di tradurre il traffico di informazioni – dalla localizzazione alla durata di utilizzo – in parametri che determino i ricavi della società. Rimane da risolvere però la delicata questione della protezione della privacy.

Le misure che vanno in questa direzione, pur ispirate a criteri di equità, presentano tuttavia molti elementi di criticità e appaiono vulnerabili all’atto pratico, con il rischio di produrre il classico effetto boomerang. Le norme presentate nel nostro parlamento, e già all’esame del Senato, potrebbero infatti rivelarsi inutili per la lotta all’evasione e dannose per l’immagine del Paese, come sottolinea oggi Christian Montinari, un commercialista esperto in economia digitale, sul Corriere delle Comunicazioni. Regolare la digital economy a livello nazionale pone infatti il problema isolamento. 

(com.unica, 12 maggio 2017)

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