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E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita”, sarebbero queste le parole attribuite a Peppino Impastato, allora quindicenne, quando apprese la notizia della morte dello zio Cesare Manzella, fatto saltare in aria con la sua Giulietta il 26 aprile 1963 a Cinisi.

Cinisi è un bellissimo paese della provincia di Palermo sorto per volontà dei monaci benedettini e che porta nel nome il significato arabo di “territorio della Chiesa”. Le cronache purtroppo, principalmente quelle riferite al dopoguerra, farebbero pensare a un territorio sì della “chiesa”, ma un’altra “chiesa” quella della cupola e della mafia. Peppino Impastato, figlio di Luigi Impastato mafioso confinato dal Prefetto Mori durante il fascismo, era nato a Cinisi così come lo zio Cesare Manzella e come Gaetano (detto “Tano”) Badalamenti.

A differenza del padre di Peppino, Luigi Impastato, Cesare Manzella, ma poi anche Badalamenti, prese la via degli “States” per diventare un pezzo da novanta nell’apparato mafioso. Ma gli americani che pure si erano serviti di lui per lo sbarco in Sicilia, non lo vollero più e lo rispedirono nella sua Cinisi dove rimase un pezzo da novanta omaggiato anche dalla Chiesa, quella cattolica, tanto da diventare presidente dell’Azione Cattolica.

Di lui ancora si racconta che era un uomo molto caritatevole che amava fare beneficenza ai poveri. Forse anche a questo è dovuta quella frase attribuita al nipote Peppino che nutriva per zio Cesare un sincero sentimento di affetto. Un sentimento tramutatosi in una forte rabbia e esploso, con la stessa forza della bomba che uccise zio Cesare, in una lotta alla sua stessa famiglia, una lotta strenua contro la mafia. Peppino Impastato sarà barbaramente ucciso per ordine di Gaetano Badalamenti l’erede di Cesare Manzella.

(Franco Seccia/com.unica, 26 aprile 2017)

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