Dopo l’attacco alla base siriana di Al Shayrat in molti si interrogano su quale sia la strategia dell’amministrazione Trump. Ci si chiede soprattutto se il lancio di 59 missili Tomahawk segni un cambio di passo nella politica americana nei confronti della Siria e riavvicini il presidente Trump a posizioni repubblicane “ortodosse”. Gli Stati Uniti sono pronti a varare nuove sanzioni verso il regime di Assad (Repubblica). Nikki Haley, ambasciatrice Usa e presidente di turno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avverte: “Siamo pronti a fare di più per rispondere all’uso di armi chimiche da parte della Siria” (Cnn).

Ora, scrive il Corriere, la fine del regime di Assad potrebbe essere più vicina. Ma il presidente siriano non sembra intenzionato a mollare. Definisce “spericolato e irreponsabile” il comportamento degli Stati Uniti, mentre il suo consigliere politico Buthayna Shaaban preannuncia che “la Siria e i suoi alleati risponderanno in maniera appropriata”. A pesare nella vicenda sono soprattutto i rapporti tra Assad e la Russia. La reazione del Cremlino al bombardamento è stata durissima. Mosca ha parlato di “aggressione contro uno Stato sovrano sulla base di pretesti inventati” e ha annunciato la sospensione del memorandum per la prevenzione degli incidenti e la sicurezza dei voli nello spazio aereo siriano. Nel frattempo una nave militare russa è entrata nel Mediterraneo e si starebbe avvicinando alle navi americane da cui sono partiti i missili (Fox News). Tutto questo significa che la storia d’amore Washington-Mosca (se così si può definire) sia arrivata già al capolinea? Se lo chiede in un lungo editoriale l’Economist, che cita il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, che subito dopo l’attacco missilistico americano ha dichiarato: “Questo passo da Washington sta causando gravi danni alle relazioni russo-americane, che sono già in uno stato deplorevole”. Agli occhi di Mosca, gli attacchi segnano un ritorno a una politica americana di interventismo e di “cambio di regime”, proprio quella che avrebbe portato il caos in Medio Oriente. Il Cremlino ha chiamato gli attacchi missilistici “un’ aggressione contro uno stato sovrano in violazione delle norme del diritto internazionale” ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha inoltre lanciato un appello alle Nazioni Unite affinché convochi una riunione del Consiglio di Sicurezza di emergenza.

Un sostegno all’azione di Trump è arrivato, tra gli altri, dalla cancelliera tedesca Merkel, dal presidente francese Hollande, da Israele, Turchia e Arabia Saudita. Il premier italiano Gentiloni ha parlato di “risposta motivata a un crimine di guerra che non può lasciarci indifferenti”. Intervistato dal Corriere il ministro degli Esteri Alfano invita a “tornare all’Onu per cercare un punto di equilibrio”.  Un po’ a sorpresa i più critici (e allo stesso tempo in evidente imbarazzo) nei confronti dell’attacco militare sono proprio i “trumpiani” della prima ora. In Italia Lega, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle condannano in maniera netta l’intervento. “Pessima idea, grave errore e regalo all’ISIS. I disastri in Iraq, Afghanistan e Libia non hanno insegnato niente? Tanto poi il problema lo paghiamo noi italiani…”, afferma Matteo Salvini dalla sua pagina Facebook.

(com.unica, 8 aprile 2017)

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