Almeno 11 morti e una cinquantina feriti, tra cui diversi bambini: è questo il bilancio provvisorio dell’esplosione avvenuta nella metropolitana di San Pietroburgo. La deflagrazione è avvenuta alle 14.40 ore locale tra la fermata di Sennaya e quella del Tekhnologichesky Institut ed è stata causata – secondo quanto riporta Interfax – da ordigni artigianali con circa 200-300 grammi di tritolo. I feriti sono stati colpiti, secondo i media, dagli oggetti contundenti presumibilmente contenuti nell’ordigno esploso. Si è trattato di un ordigno che secondo l’agenzia Interfax è stato probabilmente lasciato su un vagone prima della partenza del convoglio, e quindi non da un terrorista kamikaze. La bomba era stata resa più pericolosa con l’aggiunta di “elementi lesivi”. Un ordigno inesploso, poi disinnescato dalla polizia, è stato trovato in un’altra stazione della metro di San Pietroburgo, quella di Ploshchad Vosstaniya.

Per le autorità russe l’attentatore sarebbe un giovane proveniente dall’Asia centrale, identificato in via preliminare come il 22enne Maxim Arishev, originario del Kazakhstan. Ma secondo gli investigatori dietro l’attacco ci sarebbero almeno due persone: le ipotesi più probabili sono quella islamista legata all’Isis e quella cecena (BBC). L’attacco è avvenuto mentre il presidente si trovava in città: nel pomeriggio avrebbe dovuto incontrare per colloqui il suo omologo bielorusso Lukashenko. Nella notte italiana Trump ha telefonato a Putin.

Vladimir Putin – che al momento dell’esplosione si trovava a Strelna, nei pressi di San Pietroburgo, dove aveva in programma un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko – è stato informato dai servizi di sicurezza sui fatti di San Pietroburgo. “I motivi al momento non sono chiari, non escludiamo nessuna pista: né quella criminale, né quella terroristica” – ha detto il presidente russo. Il procuratore generale non sembra però avere dubbi sulla matrice terroristica dell’attentato. Come si ricorderà la Russia è stata il bersaglio di attacchi da parte di militanti ceceni e almeno 38 persone perserono la vita nel 2010, quando due donne kamikaze si fecero esplodere nella metropolitana di Mosca. Nel 2004 oltre 330 persone, metà delle quali bambini, morirono nel massacro di Beslan. Nel 2002 la polizia fece irruzione in un teatro di Mosca per porre fine a una presa di ostaggi e il bilancio finale fu di 120 ostaggi uccisi. Putin, allora primo ministro, nel 1999 lanciò una campagna contro i separatisti islamici nella regione meridionale della Cecenia e in seguito ha proseguito con la linea dura per porre fine alla ribellione.

(com.unica, 3 aprile 2017)

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