Il Tenente Generale Jorge Rafael Videla capeggiò il colpo di stato che rovesciò il governo costituzionale della presidentessa Isabel Martínez de Perón, sostituendolo con una giunta militare formata dal Generale Leopoldo Galtieri in rappresentanza dell’Esercito, dall’Ammiraglio Emilio Eduardo Massera per la Marina e dal Generale Orlando Ramón Agosti per l’Aviazione, dando inizio a quello che essi stessi chiamarono Processo di Riorganizzazione Nazionale, nel corso del quale furono sospese le garanzie costituzionali, disciolte le associazioni politiche e sindacali e attivato un meccanismo di repressione senza precedenti. Una dittatura che durò fino al 1982.

Iniziò così una tragica stagione per decine di migliaia di persone. I membri di organizzazione studentesche, dei sindacati, di partiti politici, giornalisti e insegnanti che non fossero allineati con la giunta furono rapiti, arrestati, torturati, e molti sparirono nel nulla. Le vittime furono quarantamila, di cui trentamila i desaparecidos, gli scomparsi, quasi tutti giovani. Migliaia i detenuti, gli assassinati, gli esiliati. Gli arresti avvenivano sotto forma di rapimento, spesso di notte. Squadre non ufficiali di militari arrivavano a bordo di una Ford Falcon verde scuro senza targa, diventata simbolo di terrore, e piombavano nelle case, sequestrando anche intere famiglie; oppure arrivavano sul posto di lavoro delle persone segnalate, in altre occasioni addirittura agivano per strada in pieno giorno, contando sempre su una speciale “zona franca di azione” in cui la polizia non interveniva mai. Questo tipo di operazioni garantiva all’Argentina la giusta dose di invisibilità per non incorrere nella condanna internazionale, come era accaduto al Cile di Pinochet. Le vittime poi venivano trattenute a lungo in centri clandestini di detenzione e torturate. Pochissime sopravvivevano o venivano rilasciate. Tra questi centri famigerati c’era la ESMA, la scuola di addestramento della Marina Militare a Buenos Aires (Escuela Superior de Mecanica de la Armada), dove furono rinchiuse più di cinquemila persone, di cui ne uscirono vive solo poche centinaia, il Club Atletico e il Garage Olimpo. Secondo fonti militari molte vittime venivano caricate su aerei, sedate e gettate nel Rio de La Plata, oppure nell’Oceano Atlantico, con il ventre squarciato perché i corpi fossero divorati dagli squali, o semplicemente con un blocco di cemento ai piedi. I famosi voli della morte. Altre furono gettate nelle fosse comuni dei cimiteri clandestini, dopo essere state fucilate. Nessuno conosceva le sorti degli arrestati, la polizia non vedeva niente e non sapeva niente, non c’erano testimoni disposti a parlare. Le famiglie tacevano per paura di ritorsioni, finché smisero di denunciare i rapimenti e le scomparse. Molte furono le donne arrestate: parecchie di loro erano incinte, altre venivano violentate nei centri di detenzione. Molte furono uccise dopo il parto e i loro i figli illegalmente adottati da famiglie di poliziotti o di militari. Intorno agli scomparsi si alzò un muro di silenzio: il Governo faceva finta di niente, la Chiesa taceva, nelle carceri gli elenchi dei detenuti non riportavano i loro nomi. Semplicemente non esistevano più. Desaparecidos. La dittatura aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale per i reati di sovversione, ma ufficialmente non ci fu nessuna condanna a morte, né fu mai pronunciata una sentenza giudiziaria, sia civile che militare.

Il regime militare segnò un periodo disastroso per l’Argentina. Il colpo di stato arrivò dopo un periodo di profonda ed inarrestabile crisi: politiche economiche inefficaci a risollevare le sorti del Paese, la perdita della competitività, il crollo degli investimenti e del potere d’acquisto della moneta, le sempre più diffuse proteste sindacali della classe operaia e l’espansione dell’opposizione populista del movimento peronista, gli estremismi politici e i numerosi assassinii, sia tra gli elementi conservatori che tra quelli dei partiti di sinistra, assicurarono un certo consenso all’intervento dei militari nella media e alta borghesia e nel clero. In seguito alla rivoluzione cubana e agli echi delle esperienze guevariste, anche in Argentina si erano andati formando nuclei rivoluzionari ed estremisti decisi a sviluppare la guerriglia, come l’Ejercito Revolucionario del Pueblo (ERP), marxista, e i Montoneros peronisti, che moltiplicarono gli attentati, i sequestri e le sanguinose rivolte, lasciando sulle strade numerosi morti. Un contesto in cui l’odio, l’anarchia e la violenza crearono il facile terreno per il Golpe. Inizialmente la giunta militare manifestò l’intenzione di reprimere le attività di guerriglia e di riorganizzare l’economia secondo un profilo neoliberista, sostenendo la libera iniziativa e il libero mercato, in realtà avviò un periodo di “terrorismo di stato”, un periodo ricordato col nome di guerra sporca (Guerra Sucia). Furono aboliti i diritti civili e fu sciolto il Parlamento. Furono sospesi dall’attività i magistrati giudicati non collaboranti con il regime, furono sciolti i partiti, i sindacati, le organizzazioni studentesche universitarie e fu posta la censura a radio, televisione e giornali. Con l’escalation della repressione furono perseguitate anche persone che non erano attiviste politiche e che facevano parte di associazioni umanitarie e sociali. Le reazioni internazionali al Golpe furono positive: l’intervento armato fu reso necessario da un vuoto di potere. Gli Stati Uniti approvarono le azioni militari e qualcuno le fece passare per patriottismo. La Massoneria, Licio Gelli e la Loggia P2, di cui facevano parte l’Ammiraglio Emilio Massera e il Generale Guillermo Suarez Mason, sostennero finanziariamente il colpo di stato ed ebbero possibilità di intervenire sulle azioni del regime.

Una pagina oscura della storia argentina, che vede da una parte la storia ufficiale, stabilita dalla dittatura, dall’altra la “storia a metà” raccontata dai superstiti e dai familiari, piena zeppa di ombre e interrogativi senza risposta. A tenere il ricordo vivo e i riflettori accesi sulle vittime e i desaparecidos furono e sono tuttora le Madri di Plaza de Mayo, un’associazione di madri dei dissidenti scomparsi. Il loro simbolo, un fazzoletto bianco annodato intorno alla testa, a ricordare il primo pannolino di tela usato per i loro figli neonati.

La tensione tra le tre forze armate per la ripartizione del potere portò alla deposizione di Videla nel 1981. La presidenza fu assunta dal Capo di Stato Maggiore Roberto Eduardo Viola, a cui successero altri militari fino al ripristino della democrazia, sotto la pressione della gente scesa in piazza a chiedere “pane e lavoro”, dopo la sconfitta nella Guerra delle Malvinas (Falkland) contro la Gran Bretagna e un Paese allo sbando. Nel 1983 vennero indette le libere elezioni, vinte da Raul Alfonsín.

Nel 1984 fu pubblicato il rapporto Nunca Más del CONADEP (Comision Nacional sobre la Desaparición de Personas) che riportava testimonianze sui sequestri, la detenzione nei 340 centri clandestini, le torture e le eliminazioni degli oppositori del regime. Dopo aver esaminato7830 incartamenti in cui traspare la violazione dei diritti umani, la commissione stabilì che le atrocità commesse e l’uso esteso delle torture erano atti normali e frequenti dettati dal solo obiettivo di reprimere.

Nel 1985 Jorge Rafael Videla fu processato e condannato all’ergastolo per la sparizione di 30.000 oppositori al regime. Nel 1990 fu liberato a seguito delle pressioni militari. Nel 2010 fu nuovamente processato con altri 29 imputati per la morte di 31 detenuti durante la sua dittatura e condannato all’ergastolo. È morto il 17 maggio 2013.

(Nadia Loreti, com.unica 24 marzo 2017)

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