[ACCADDE OGGI]

Si chiamava “Utopia” il piroscafo, il vapore, il legno (erano questi i nomi che gli emigranti davano alle navi) adibite al trasporto degli emigranti alla fine dell’800 e agli inizi del secolo scorso. Batteva bandiera britannica ed apparteneva alla compagnia “Anchor Line” dei fratelli Henderson che si erano buttati a capofitto nel grande business dei viaggi della speranza a cui la povera gente anche indebitandosi si dedicava nel tentativo di lasciarsi alle spalle il loro ingrato paese per cercare il benessere in terra straniera. Si chiamava Utopia come a significare una meta ideale e non realmente raggiungibile, ma pur sempre il paese, come dice Oscar Wilde, “…al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”

“Utopia” naufragò mentre cercava l’approdo nel porto di Gibilterra la sera del 17 marzo 1981. Era partita da Trieste il 7 marzo per fare il carico dei disperati che sognavano un’altra vita aldilà dell’oceano. Prima tappa Messina dove aveva imbarcati 7 adulti, poi Palermo per imbarcare altri 57 passeggeri adulti e ragazzi e infine il giorno 10 giunta a Napoli aveva imbarcati 727 emigranti, cioè 661 uomini, quasi tutti contadini, 85 donne, 55 giovinetti e 12 poppanti. La nave era stracolma di emigranti e per massimizzare le entrate sulla rotta italiana aveva ridotto il numero dei passeggeri di prima classe e abolita la seconda classe e portato a 900 unità il numero dei passeggeri di terza classe ospitati, ma meglio dire costipati, tra miseri letti a castello. Anche per l’equipaggio le sistemazioni non erano allettanti e il 65% dei suoi componenti era composto da napoletani per lo più camerieri, aiutanti e sguatteri. 

Il 17 marzo 1891 alle ore 18 circa, superata Punta Europa, Utopia giungeva nella Baia di Gibilterra dove secondo i giornali dell’epoca: “imperversava una forte tempesta da sud-ovest e la nave era in ritardo”. John McKeague, Comandante della nave poi sopravvissuto alla tragedia, volle comunque entrare in porto nonostante il tempo avverso, la scarsa visibilità e la presenza di troppe navi della Flotta Inglese. Non si poteva attendere che la tempesta si calmasse pena essere battuti dalla forte concorrenza delle altre navi traghetti di speranza. Il capitano volle cocciutamente entrare in porto malamente giustificandosi con la scarsità di carbone alle macchine, sbagliò la manovra di attracco non valutando bene la deriva causata del fortissimo vento e portò la nave ad impattarsi contro lo spaventoso devastante “Rostro” di ben 6 metri interamente sommerso e invisibile della Corazzata inglese ANSON. In venti minuti si consumò la tragedia così come raccontata drammaticamente da uno dei pochi sopravvissuti “tra le grida disparate dei passeggeri a bordo, accaddero delle scene veramente spaventevoli. Un salvagente che avevo potuto afferrare mi venne strappato dalle mani; tutti cercavano di contendersi le piccole tavole di legno. Era un combattimento corpo a corpo nel quale molti rimasero feriti. Quelli che cercarono di mettere in salvo le donne ed i bimbi sull’alberatura pagarono con la vita il loro eroismo, perché mentre l’Utopia si affondava, furono sorpresi dai flutti tempestosi e travolti dai gorghi del mare.” Agghiacciante la testimonianza di un soccorritore “la tempesta era così violenta che i corpi si sfracellavano contro gli scogli. Si raccolsero dei cadaveri senza la testa, senza le gambe”.

Gian Antonio Stella ha dedicato il libro “Odissee” a questa tragedia dimenticata. Lo studioso e ricercatore italo americano Joseph Agnone ci riporta a considerare sulle responsabilità dell’Inghilterra e della nostra classe politica che si accordarono per non risarcire le vittime di quel disastro. Dice Agnone “Francesco Crispi difese al processo gli armatori Henderson” …” Emanuele Gianturco si ritirò dal collegio di difesa dei naufraghi e divenne ministro di grazia e giustizia” …” Il Conte Emilio Venosta, ministro degli esteri si accordò con un diplomatico inglese per far digerire ai parenti delle povere vittime il risarcimento irrisorio della compagnia Anchor Line, in barba alle sentenze delle corti italiane che gli armatori Henderson si rifiutarono di riconoscere”. A Gibilterra tra l’ululato della tempesta in quella sera del 17 marzo 1891 si udivano i versi di “Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar …! Cento lire io te li dò, ma in America no, no, no.”

(Franco Seccia/com.unica 17 marzo 2017)

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