[ACCADDE OGGI]

Sono passati 2060 anni e nonostante tanto, ma proprio tanto tempo trascorso, allo scoccare del 15 marzo il pensiero degli uomini di tutto il mondo corre a quel 15 marzo dell’anno 44 a.C. quando 23 pugnalate inferte dalle mani di Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino, Decimo Bruto e altri tra i quasi 60 senatori congiurati uccisero Gaio Giulio Cesare. Il fatto avvenne nella Curia di Pompeo, nella zona dell’odierna Largo di Torre Argentina, dove spesso si riuniva il Senato romano. Sulla certezza della data non v’è dubbio ed è testimoniata da Svetonio e da Plutarco che riferiscono il crimine parlando delle idi di marzo corrispondenti al 15 marzo del calendario romano, giorno festivo in omaggio a Marte dio della guerra.

Lo storico Svetonio nel suo “Vite dei Cesari” ci fa anche sapere che a seguito del fatto la Curia di Pompeo fu murata e che da quel momento le idi di marzo si chiamarono parricidio con l’eterna proibizione di tenere sedute del Senato in quel giorno. Il parricidio è riferito al fatto che Marco Giunio Bruto figlio della bellissima e influente Servilia amante di Giulio Cesare era da tutti ritenuto figlio dello stesso Cesare che, sempre secondo Svetonio, morendo avrebbe pronunciato le famose parole “Anche tu, Bruto, figlio mio!“. E’ il greco Plutarco, invece, che ci racconta di un veggente che aveva messo in guardia Cesare del grave pericolo in cui sarebbe incorso per le idi di marzo e che Cesare, mentre raggiungeva il Senato, lo chiamò per dirgli che si era sbagliato giacché le idi erano arrivate; allora il veggente candidamente gli rispose “Sì, ma non sono ancora passate”.

Sono passati invece gli oltre duemila anni e resta ineguagliata la grandezza di Giulio Cesare così come immutato è il quadro dei giochi di palazzo tra congiure, assassini per conto delle libertà minacciate, affamatori e usurai che si ammantano del sacro vessillo della difesa dei valori istituzionali. Nel giorno delle idi di marzo il mondo continuerà a riflettere sulle parole che Shakespeare metterà sulla bocca di Marc ’Antonio:

“…Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Bruto e degli altri – ché Bruto è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Molti prigionieri egli ha riportato a Roma, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Cesare? Quando i poveri hanno pianto, Cesare ha lacrimato: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Bruto è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. …” .

(Franco Seccia/com.unica 15 marzo 2017)

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