[ACCADDE OGGI]

Avrebbe mai pensato il potente Jurij Andropov che indicando il suo conterraneo Michail Gorbaciov quale futuro capo del Cremlino si sarebbe avviata la fine dell’Unione Sovietica? Ma certo non immaginavano i membri del Politburo quell’11 marzo 1985, quando alla morte di Konstantin Cernenko, elessero Gorbaciov Segretario Generale del PCUS che stavano eleggendo l’ultimo segretario e che da lì a poco la bandiera rossa sarebbe stata ammainata sulla loro testa. Nulla della carriera politica del giovane figlio di una famiglia di contadini del sud della repubblica russa lasciava presagire questa fine.

Michail Gorbaciov, laureatosi in legge all’Università di Mosca e poi dottore in Economia agraria con titolo conseguito per corrispondenza presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Stavropol, Primo Segretario del Comitato del Partito nel Territorio di Stavropol, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e per tre volte medagliato con Ordini di Lenin, non poteva essere lui l’artefice dello sfascio dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Conquistata la poltrona di capo indiscusso della gerarchia sovietica Gorbaciov avviò una politica di riforme istituzionali e nel campo economico e diede un forte taglio ai cordoni del blocco lasciando intravedere la fine della guerra fredda. Questa politica passerà alla storia con il nome di “Perestroika” che significa ricostruzione, una politica che fece molti proseliti soprattutto tra i nemici dell’Unione Sovietica salutata con all’assegnazione del Premio Nobel a Gorbaciov nel 1990. Ma più che ricostruzione in Russia significò rottamazione. Nel giro di pochi mesi con mutamenti repentini, come pochi la storia ricorda, quel giorno di Natale del 1991 con un colpo di Stato tragicomico e l’incredibile ammainabandiera sul Cremlino, crollò un mondo e un nuovo e difficile cammino peserà nei destini di madre Russia e in Occidente.

Oggi Michail Gorbaciov a 82 anni continua ad essere osannato in Occidente ed è un ben pagato e riverito consulente-conferenziere e presidente di una Fondazione che porta il suo nome, un nome poco amato dai suoi connazionali che lo accusano di tutti i mali derivati dalla dissoluzione dell’impero sovietico.

(Franco Seccia/com.unica, 11 marzo 2017)

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