[ACCADDE OGGI]

Così come accade ai grandi malviventi, all’alba del 3 marzo 1964 una pattuglia di carabinieri agli ordini del tenente Antonio Varisco, quello che poi sarà ucciso dalle brigate rosse, bussò alla porta della casa romana di Felice Ippolito, il presidente del  C.N.E.N. (il centro nazionale per le ricerche nucleari, che sarà disciolto), e fece scattare le manette ai polsi di uno dei più grandi fisici italiani che tutto il mondo ci invidiava e che le compagnie elettriche e petrolifere volevano morto. L’ordine di cattura nei confronti di Ippolito per reati contro la pubblica amministrazione recava la firma del sostituto procuratore di Roma Luigi Giannantonio, un Di Pietro dell’epoca,  ma era stato scritto sulla base di una ben orchestrata campagna di stampa costata 50 milioni di lire dell’epoca secondo le confidenze fatte ad amici dall’allora amministratore della società elettrica Edison.

La notizia fece scalpore e divise il mondo politico italiano, da una parte la destra che immediatamente vide nell’arresto di Ippolito un complotto ordito dalle “sette sorelle” e da Confindustria per far fuori il promotore dell’autosufficienza energetica italiana, dall’altra parte i manutengoli degli interessi d’oltreoceano con alla testa il socialdemocratico Saragat. Ne seguì un processo durante il quale decaduti i maggiori capi d’accusa Ippolito fu condannato a 11 anni di carcere  per aver usato privatamente la jeep dell’Ente e per aver offerto come gadget una valigetta in similpelle ai giornalisti convocati per il lancio dell’Enel che Felice Ippolito sponsorizzava quale società capofila dell’energia nucleare.

Una condanna incredibile a cui lo stesso Saragat dovrà rimediare da presidente della Repubblica concedendo la grazia. In ogni caso, la vicenda porterà alla fine delle ricerche del fisico napoletano e al definitivo tracollo della via energetica nucleare in Italia. Ippolito nei due anni trascorsi a Rebibbia scriverà “In carcere mi sono molto divertito. È stata un’esperienza umana straordinaria. Là dentro sì che esercitavo quel predominio assoluto che “loro” mi accusavano di detenere al Cnen. Il direttore del carcere veniva a consigliarsi con me su ogni cosa”. E Montanelli dirà “In Italia era impossibile rendere compatibile la capacità decisionale di un uomo intelligente come Ippolito con uno Stato che … non è arrivato agli stenografi e fa redigere i verbali da scriba col pennino innestato sull’asta e tuffato nel calamaio”.

Per la cronaca, Giovanni Leone che presiedette la Commissione di inchiesta parlamentare sulle attività di Ippolito al Cnen finirà implicato nelle vicende delle multinazionali petrolifere. Il pubblico ministero Romolo Pietroni, che al processo aveva chiesto  una pena di ventidue anni per Ippolito sarà  espulso dalla Magistratura per collusione con la Mafia. Felice Ippolito, politicamente legato ai radicali di Pannunzio, diventerà deputato europeo da indipendente nelle liste del PCI che a quell’epoca non aveva abiurato al nucleare: misteri italiani!

(Franco Seccia/ com.unica 3 marzo 2017)

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