[ACCADDE OGGI]

…Il primo marzo, sì, me lo rammento, saremo stati millecinquecento e caricava giù la polizia ma gli studenti la cacciavan via. No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!…”. Sono i versi della canzone “Valle Giulia” di Paolo Pietrangeli, la canzone che divenne l’inno di battaglia del movimento studentesco italiano. I fatti cui quei versi si riferiscono recano la data del primo marzo 1968 quando a Roma davanti alla facoltà di Architettura di Valle Giulia migliaia di studenti si scontrarono con le forze di polizia con il conseguente bilancio di148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli studenti, 4 arrestati e 228 fermati, otto automezzi della polizia completamente distrutti. Ad essere caricati dalla polizia e a resistere alle cariche c’erano, tra gli altri, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Aldo Brandirali, Stefano Delle Chiave,  Ernesto Galli della Loggia, Oreste Scalzone. Nomi di ragazzi con collocazioni ideologiche e politiche diverse e distanti che nel tempo marcheranno la differenza con approdi professionali e partitici contrapposti.

Alla data di quel 1 marzo seguiranno giorni e mesi di proteste e occupazioni di scuole e luoghi di lavoro che segneranno il “68” italiano sulla scia di un movimento di contestazione planetario che sognava un mondo di libertà e di affrancamento dall’autorità costituita. Un momento di ribellione alle convenzioni e ai costumi che segnò un cambiamento profondo nel linguaggio e nel modo di vestire ma che naufragò quando il dio danaro si vestì con l’eskimo. Il colpo fu forte anche all’interno dei partiti di opposizione. Il MSI sconfessò i propri giovani militanti che in nome della lotta al sistema si erano accodati ai movimenti di sinistra nella lotta comune contro le istituzioni.

Il PCI, che ancora non aveva scoperto la strada della difesa istituzionale prese le distanze da P.P. Pasolini che scrisse una lettera-poesia sui giovani e il PCI “…Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità. La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari…”.

(Franco Seccia/com.unica, 1 marzo 2017)

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