Oltre al governatore della Puglia Michele Emiliano, anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando si candida alla segreteria del Partito democratico contro Matteo Renzi. Da Torino arriva la candidatura di Carlotta Salerno, segretario cittadino dei Moderati. I renziani insistono per andare alle primarie il 9 aprile, ma Emiliano chiede più tempo. Oggi alle 16 si riunisce la direzione nazionale.

Andrea Orlando, che ha ufficializzato la sua sfida in un circolo romano, corre per vincere e non, chiarisce, “per fare il capocorrente”. Annuncia che una tappa fondamentale della sua corsa sarà simbolicamente a Napoli “dove si è manifestata in tutta la sua potenza la crisi della politica” e del Pd. Ma soprattutto il senso della sua candidatura, che ha raccolto l’appoggio di Nicola Zingaretti, Luciano Violante e l’interesse del sindaco di Bologna Merola, è di ricucire il Pd dopo la rottura dei bersaniani. “Credo che dobbiamo ricominciare a ricostruire questo partito, prima che sia troppo tardi”, è l’impegno dell’ex ‘giovane turco’, unico ex diessino nella sfida congressuale. Una battaglia che si giocherà soprattutto nei territori dove è in corso un travaso tra le varie correnti alla luce dell’uscita di Pier Luigi Bersani e delle candidature alla segreteria.

Per ora Matteo Renzi si tiene fuori dalla mischia sulle regole. E dalla California, dove ha incontrato il Ceo di Apple Tim Cook e visitato Stanford, fa sapere che il tema su cui dovrebbe confrontarsi una “forza che vuole guidare il paese” non è la data del congresso ma “mostrare l’alternativa” ai populisti. Si tratta in altri termini di indicare che l’alternativa è “la società aperta, inclusiva, tollerante dove non si rinuncia all’identità, alla cultura, alla tradizione ma forti dei propri valori ci si apre al dialogo e al confronto”.  “Su questi temi – ribadisce Renzi – dovrebbe confrontarsi una forza che vuole ambire a cambiare l’Italia e l’Europa, non certo sulla data di un congresso o sulla simpatia del leader di turno. E di questo parleremo nelle prossime settimane”.

Secondo l’ultimo sondaggio Swg, riportato dal Messaggero, dopo la scissione il Pd avrebbe perso solo il 3% dei consensi, dal 31 al 28%. La “Cosa Rossa” varrebbe solo lo 3,2%. In calo anche il M5S.

(com.unica, 24 febbraio 2017)

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