Uno o due Stati: per Donald Trump cambia poco. Durante la conferenza stampa congiunta con Benjamin Netanyahu, il presidente statunitense ha affermato che la soluzione per l’accordo di pace tra Israele e Palestina “se gradita a entrambe le parti, lo sarà anche per me. Mi va benissimo l’una o l’altra scelta”. Il presidente abbandona così la soluzione dei due Stati, che era stata uno dei fondamenti della politica Usa in Medio Oriente. Sugli insediamenti nei Territori palestinesi, Trump ha invece invitato Israele a rallentare: Israele si contenga un po’ sugli insediamenti. “Vorrei spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme – ha aggiunto. “È una cosa a cui stiamo guardando con attenzione”. Israele affronta “enormi problemi di sicurezza” – ha poi proseguito il Presidente Usa – a partire dalle “ambizioni nucleari dell’Iran”, con il quale si è stretto “uno degli accordi peggiori che io abbia mai visto”, sottolineando che la sua amministrazione ha già imposto nuove sanzioni contro Teheran e farà di tutto per impedire che l’Iran sviluppi un pericolo nucleare contro lo Stato ebraico. 

L’incontro alla Casa Bianca si è svolto in un clima amichevole. “Non c’è più grande sostenitore del popolo ebraico e dello stato ebraico del presidente Donald”, ha detto il premier israeliano, sostenendo di conoscerlo da molto tempo, lui, i membri del suo team e la sua famiglia. Poi ha lanciato uno sguardo in prima fila sul genero (ebreo ortodosso) di Trump, il consigliere senior Jared Kushner cui il presidente ha affidato la regia dei colloqui di pace israelo-palestinesi. Il vertice tra i due capi di stato è stato salutato in maniera entusiastica dagli esponenti della destra nazionalista religiosa israeliana come il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, che su Twitter si è espresso in questi termini: “Una nuova era. Nuove idee. Non serve un terzo Stato palestinese, dopo la Giordania e Gaza. “Grande giorno per gli israeliani e per gli arabi ragionevoli. Congratulazioni”.

La linea Trump, pur ondivaga, rappresenta di fatto un cambio di rotta rispetto alle politiche mediorientali degli Stati Uniti del passato e allo stesso tempo scardina le alleanze. Sebastian Fischer, portavoce del ministro degli esteri tedesco ha affermato che “nonostante le difficoltà siamo convinti che la soluzione dei due stati sia l’unica percorribile per portare la pace nella regione e soddisfare le richieste di entrambe le parti”. Anche il primo ministro britannico, Theresa May, nel corso del suo incontro con Netanyahu a Londra, ha detto che il suo Paese continua a essere convinto che la soluzione migliore sia quella dei due stati. E allo stesso tempo ha ricordato come la Gran Bretagna si opponga all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Nella regione vivono circa 400.000 israeliani e più di 100.000 vivono all’esterno dell’area che in un accordo Israele vorrebbe continuare a mantenere.

Hanan Ashrawi, dirigente dell’Organizzazione per la libertà della Palestina, ha detto che “se la amministrazione Trump dovesse rompere con questa politica (quella dei due stati, ndr.) allora potrebbe distruggere ogni possibilità di arrivare alla pace e metterebbe a serio rischio gli interessi, la posizione e la credibilità all’estero”. Allo stesso tempo, Sallai Meridor, ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha ricordato che senza la soluzione dei due stati difficilmente le potenze arabe appoggerebbero alcun accordo o semplicemente “si sederebbero al tavolo delle discussioni”.

(com.unica, 16 febbraio 2017)

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