[ACCADDE OGGI]

Siamo partiti in un giorno di pioggia cacciati via dalla nostra terra che un tempo si chiamava Italia e uscì sconfitta dalla guerra. Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette e mi ricordo faceva freddo l’inverno del ’47.  E per le strade un canto di morte come di mille martelli impazziti le nostre vite imballate alla meglio i nostri cuori ammutoliti. Siamo saliti sulla nave bianca come l’inizio di un’avventura con una goccia di speranza dicevi “non aver paura”. E mi ricordo di un uomo gigante della sua immensa tenerezza capace di sbriciolare montagne a lui bastava una carezza. Ma la sua forza, la forza di un padre giorno per giorno si consumava fermo davanti alla finestra fissava un punto nel vuoto diceva: Ahhah come si fa a morire di malinconia per una terra che non è più mia, Ahhah che male fa aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare. Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero. Tracce di gente spazzata via da un uragano del destino quel che rimane di un esodo ora riposa in questo magazzino. E siamo scesi dalla nave bianca i bambini, le donne e gli anziani ci chiamavano fascisti eravamo solo italiani. Italiani dimenticati in qualche angolo della memoria come una pagina strappata dal grande libro della storia…

Sono i bellissimi versi usciti dalla penna e dal cuore di Simone Cristicchi e di Jan Bernas, un giovane giornalista di origine polacca, autore del libro inchiesta “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Insieme Cristicchi e Bernas hanno realizzato un bellissimo musical “Magazzino 18” sul dramma dell’esodo istriano, giuliano e dalmata. Magazzino 18 è un deposito tutt’ora esistente nel vecchio porto di Trieste dove furono ammassate le masserizie di quella povera gente, italiani  di Capodistria, di Fiume,  di Pola, di Albona, di Orsera, di Parenzo, di Rovigno, di Zara, di Spalato, di Ragusa; italiani sfuggiti alle foibe e alla  ferocia dei partigiani comunisti di Tito e costretti a lasciare le loro case dopo quel 10 febbraio 1947 quando tutte quelle terre furono assegnate all’allora Jugoslavia.

La nave bianca che portò in Italia questi profughi che lasciarono le loro cose in quel magazzino 18 di Trieste era il Toscana, una ex nave ospedale, che ammassò nei suoi angusti spazi e nei diversi viaggi quasi trentamila poveri cristi (ma l’esodo ammonterà a oltre quattrocentomila anime) colpevoli di essere italiani nati e cresciuti in una terra che non era più la loro terra. Ma un altro e ancor più triste dramma li aspettava: l’Italia, la loro Italia, la nuova Italia uscita dalla guerra non li voleva, non li amava e gli sputava addosso.

Resta la tristissima immagine di quel treno carico di profughi bloccato per ore e ore alla stazione di Bologna da sindacalisti comunisti che rifiutarono persino ai volontari della croce rossa di raggiungere quel treno fermo su un binario morto con a bordo bambini, anziani e donne assetate che avevano caricato tra le loro povere cose il tricolore. Finiranno il loro triste viaggio in numerosi campi di accoglienza che fanno rabbrividire se messi al confronto con quelli attuali che accolgono i profughi non italiani di questi brutti tempi di immigrazione intercontinentale.

Molti se ne faranno una ragione e lasceranno definitivamente una patria ingrata raggiungendo e stabilendosi  nelle terre di oltre oceano. Dal 2004 con legge dello Stato il 10 febbraio è diventato “il giorno del ricordo per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. 

Ma è realmente così? Simone Cristicchi coraggioso cantante che ha fatto della difesa dei disagiati e degli esclusi la ragione del suo impegno artistico non la pensa così come è testimoniato dal continuo boicottaggio del suo “Magazzino 18”. Il ricordo continua ad essere un ricordo di parte in un paese incapace di liberarsi da ideologie di odio che fanno dell’Italia un paese dove la cittadinanza politica è accordata solo ad una parte. Indro Montanelli scrisse che quelli del confine orientale erano “gli italiani migliori” con una “corona di spine” calcata sulle loro teste: gli unici a pagare, e duramente, la sconfitta della Patria nel secondo conflitto mondiale.

(Franco Seccia/ com.unica, 10 febbraio 2017)

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