L’intervista di Francesca Paci (La Stampa) a Aharon Appelfeld, uno dei maggiori scrittori israeliani, sopravvissuto all’Olocausto.

Aharon Appelfeld è uomo d’altri tempi. E non solo perché dopo essere sfuggito al lager quando aveva 9 anni, questo scrittore rumeno d’origine e israeliano d’adozione ha attraversato in lungo e largo il Secolo breve per vederlo cedere a un’era nuova, veloce, caotica, insofferente alla memoria. Sin da Il mio nome è Katerina, Appelfeld scrive per ricordare la Shoah ma anche l’umanità che gli è sopravvissuta e che avanza alternando il rifiuto all’omaggio del passato. «Il futuro è un enigma, la mia memoria si declina al presente» ci dice al telefono da Gerusalemme dove ha scritto tutti i suoi romanzi. L’ultimo, Il partigiano Edmond (Guanda), esce in Italia in questi giorni: intenso, epico, racconta la resistenza ebraica chiedendo al lettore d’identificarvisi perché, mutatis mutandis, siamo tutti anti-eroi fino alla prova della Storia.

Che posto ha oggi la resistenza ebraica nella letteratura della seconda guerra mondiale?

«Ormai il mondo sa che gli ebrei non stati solo pecore mansuete nell’andare al macello e che c’è stata una resistenza nei campi. Ma la resistenza c’è stata in ogni momento. Nel ghetto si doveva far di tutto per trovare un pezzo di pane o un pomodoro, nutrire i figli, aiutarsi a vicenda. Sopravvivere è resistenza. Non ci sono solo le armi. È la lezione del ghetto, dei lager, della foresta. Oltre a battersi fisicamente i protagonisti del mio libro resistono recuperando la cultura oltre la barbarie, leggono Tolstoj, i classici russi, la letteratura ebraica, Buber, si affidano ai libri per ritrovare la vita normale fuori dalla lotteria della morte». 

I libri sono alleati delle vittime anche quando, come nel caso dei nazisti, i carnefici ne leggono?

«I partigiani di cui scrivo sono uomini, donne, bambini, anziani, una grande famiglia in cui ci si prende cura uno dell’altro pur non avendo rapporti di sangue. Tutti hanno la loro storia. A unirli sono i libri. La loro resistenza è recuperare la parola originaria per salvarsi da quella distorta del nazismo che descriveva concetti come “la soluzione finale”. Devono ripartire dal linguaggio per sopravvivere e ritrovano l’identità ebraica. Gli ebrei erano integrati alla cultura tedesca, la mia città natale, Czernowitz, aveva un’importante università e produceva filosofia, musica, letteratura. Poi di colpo quella cultura ha gettato la maschera e c’era la barbarie».

Nel romanzo il comandante Kamil dice che non si batte un nemico risoluto come il nazismo senza amare la propria tribù. I suoi compagni comunisti pensano l’opposto. Chi ha ragione?

«Kamil dice il vero. Il gruppo che racconto è composto da intellettuali che erano assimilati alla cultura natia. Pensavano di essere europei e sono stati uccisi. Con la normalità hanno perduto le loro origini, la letteratura e la musica tedesca, la cultura che credevano la migliore del mondo. Non furono solo colti di sorpresa, fu uno shock. L’identità ebraica è quanto resta loro quando non c’è più nulla. E ci resta con molti problemi, anche psicologici, perché a forza di sentirsi dire che la tua identità è sbagliata si finisce per crederci, è un processo di auto-odio».

L’identità come ultima trincea: è così ancora oggi che c’è Israele?

«Gli ebrei sono per natura iper-critici. Può essere anche una forza ma in Europa è stato la nostra debolezza. Il Talmud e gli altri testi dell’ebraismo sono libri critici perché cercano la verità e producono liberi pensatori allergici al dogmatismo. Israele è frutto di questa esperienza. Certo, tra i politici ci sono i dogmatici, ma la società è composta da liberi pensatori, tutti si esprimono come vogliono, anche in modo molto volgare. Ci sono dei laici che sono super tradizionalisti e dei religiosi caratterizzati da una grande apertura mentale».

È vero che c’è una nuova ondata di antisemitismo in Europa?

«Non ci sono più ebrei in Europa, saranno ormai l’un per cento della popolazione. Prima della seconda guerra mondiale erano 30 milioni. Dove sono oggi? L’antisemitismo è anacronistico, odia qualcosa che non c’è più. Esiste ancora, certo, ma gli ebrei spariranno presto dall’Europa. Oggi l’antisemitismo si chiama “politica israeliana”, ha un oggetto diverso da quello classico. Ma quando vedi che Israele ha tutti i paesi contro, beh è una forma di moderno antisemitismo». 

Cosa resterà della memoria quando l’ultimo testimone della Shoah sarà morto?

«La nostra memoria è forte. Ricevo ogni giorno lettere da parte di lettori israeliani e stranieri. C’è chi mi scrive che i suoi genitori sopravvissuti all’Olocausto non hanno mai raccontato nulla e che ha trovato nei miei libri dei nuovi genitori. È commovente. Assegna ai libri un ruolo eterno. Non so cosa accadrà in futuro, non ci penso. Faccio quanto posso per raccontare la storia del popolo ebraico nella sua complessità e lo farò fino all’ultimo, è una storia universale». 

Nel libro l’Armata Rossa rinvia il suo arrivo all’infinito come il Godot di Beckett? Una metafora?
«La lezione che gli ebrei hanno tratto dall’Olocausto e dagli anni successivi è non fidarsi della gente, degli eserciti, delle ideologie. Il problema della mia generazione è stato fare a meno dell’espressione “Sono certo di”. Abbiamo imparato a essere sospettosi».

Come vede il futuro politico di Israele?

«Tutti i pensatori aperti e liberali sono per la pace. Io vorrei fare pace con la regione. Ma il mondo arabo e musulmano sta attraversando un terribile processo di guerra intestina, si ammazzano tra loro, arabi contro arabi. Israele in confronto vive un periodo meno critico, ci sono terroristi ma non c’è la guerra come in Siria, Sudan, Yemen. Se poi vogliamo parlare della pace con i palestinesi allora abbandoniamo i summit farsa come quelli di Parigi, con tutti i paesi arabi che invece di parlare dei loro guai parlano di israeliani e palestinesi, entrambi assenti». 

Qualcuno crede che con Simon Peres sia stato sepolto Oslo. Lei?

«Oggi è così ma può cambiare in un attimo. Basterebbe che i leader dei due popoli si sedessero insieme pronti a fare entrambi veri compromessi e la gente li seguirebbe. Peres era un grande. Dobbiamo continuare a cercare il dialogo».

(Francesca Paci, LA STAMPA 27 gennaio 2017)

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