[ACCADDE OGGI]

Il 18 gennaio 1986 moriva a Roma Araldo di Crollalanza. Il giorno seguente Indro Montanelli così lo ricordò sul “Giornale”:

Scomparso, quasi centenario, De Marsico, credo che Araldo di Crollalanza fosse, coi suoi novantaquattro anni, il decano dei superstiti del ventennio. Ma del ventennio fu un protagonista piuttosto atipico, assai diverso dall’altro big delle Puglie, Caradonna. Caradonna era ras dalla testa ai piedi, incarnazione dello squadrismo agrario più feudale, spavaldo e sparafucile: Alia grande adunata del ‘22 a Napoli, che fece da prologo alia marcia su Roma, si presentò con un suo reparto a cavallo, una sua divisa alia Pancho Villa e una sua canzone guerriera: «Se non ci conoscete – oilà per la madonna – noi siamo gli squadristi – di Don Peppe Caradonna».

Crollalanza non fece mai mostra di sé, mai partecipò a spedizioni punitive, mai si fece un partito o una clientela personale, mai brigò per carriere politiche. Di origine valtellinese anche se nato a Bari, aveva nel sangue le «cose», e fu fascista solo perché il fascismo gli consentiva di farle. Bari è  in gran parte figlia sua (e tale ha continuato a sentirsi anche dopo il fascismo). Fu lui a istituirvi  la Fiera del Levante e l’Università. Fu lui a trasformare il Tavoliere delle Puglie e a farne una delle zone più fertili del Sud (una volta Di Vittorio mi disse: «Senza Crollalanza io non esisterei perché i miei genitori non avrebbero nemmeno avuto la forza di procrearmi»).

Ciò che in sei anni aveva fatto, come podestà di Bari, sul piano regionale, lo ripete, come ministro dei Lavori Pubblici, su quello nazionale. La costruzione della direttissima Firenze-Bologna è opera sua, come lo fu tutto il riassetto dell’Agro Pontino, lo sviluppo di Littoria, la nascita di Aprilia e Pomezia. Eppure, di lui si parlava pochissimo. Non apparteneva alla nomenclatura del regime, e lui non fece mai nulla per entrarci. Credo che abbia visto Mussolini poche volte in vita sua: forse solo all’inaugurazione delle grandi opere, di cui era lui il vero artefice, e di cui Mussolini si appropriava. Non fece mai parte del Gran Consiglio. Ma quando gli chiesi come vi si sarebbe  comportato la notte del 25 luglio, mi rispose senza esitare: «Sarei stato dalla parte del Duce, e poi avrei fatto il possibile per impedire la condanna a morte di chi era stato contro». Lo aveva dimostrato, del resto, con la sua condotta.

Dopo l’8 settembre, raggiunse Mussolini a Salò, ma rifiutò qualsiasi incarico politico. Cercò solo di creare un tessuto amministrativo «per salvare il salvabile», e a qualcosa riuscì. Dopo il 25 aprile, non si nascose, e si lasciò arrestare e processare per «atti rilevanti». Ma sebbene questo accadesse nel momento dei più  accesi bollori epurativi, dovettero assolverlo in istruttoria: non una voce si levò ad accusarlo di qualcosa, e ogni indagine sul suo patrimonio risultò vana: l’uomo che aveva costruito città e redento province non aveva una casa, né un palmo di terra, né un conto in banca. Entrò, per coerenza nel Msi, e i pugliesi lo elessero senatore per sette legislature di seguito. Nessun suo collega degli altri partiti trovò qualcosa da obiettare quando il presidente Fanfani propose di conferire a Crollalanza, in occasione del suo novantesimo compleanno, una medaglia d’oro. Fu l’ultima che lo vidi. Era commosso. Gli chiesi se del suo passato covava qualche rimpianto o rimorso. Mi rispose, a voce bassissima: «Uno solo, ma immenso: in quei vent’anni potevamo fare l’Italia, e non la facemmo». Ma se c’era un uomo a cui questo rimprovero non poteva essere mosso, era proprio lui.

(Franco Seccia/com.unica, 18 gennaio 2017)

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