[ACCADDE OGGI]

Il 13 gennaio 1943 inizia la ritirata dalla Russia del corpo di spedizione italiana, L’ARMIR (Armata Italiana in Russia). Inizia il dramma di valorosi combattenti: alpini, fanti, militi, bersaglieri, carabinieri, carristi e cavalleggeri che percorreranno quasi 350 chilometri tra la neve del gelido inverno russo con temperature intorno ai 40 gradi sotto zero, privi di vettovagliamento, di trasporti e di ogni genere di fabbisogno per combattere l’avanzata sovietica guidata dal “generale inverno”. In 50000 non faranno ritorno, quasi la metà del CSIR, l’originario corpo di spedizione italiano partito nell’estate di due anni prima quando le sorti della conflitto non lasciavano dubbi sull’imminente vittoria tedesca.

Anche se da noi il sentimento anticomunista non era così evidente e in tanti tra quelli che contavano consideravano un errore l’invasione della Russia Sovietica, bisognava sedersi al tavolo con il vincitore germanico bilanciando gli aiuti ricevuti in Grecia e in Africa. Una tragica avventura che testimonierà al mondo, per quel che serve, il valore dei soldati italiani che,  nei quasi due anni precedenti la disfatta del 1943, e nonostante la solita mancanza di mezzi, contribuirono in maniera determinante all’avanzata verso Stalingrado che fu ad un passo dalla capitolazione.

Erano gli stessi soldati che, come ricorda Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio” si fecero coraggio durante l’estenuante marcia della ritirata pensando alla casa, alla famiglia e alla ragazza che li aspettava. Il Bedeschi ci racconta delle differenze caratteriali di questi valorosi soldati italiani che sfiniti e a un passo dall’assideramento trovavano la forza di rialzarsi pensando alle cose più care all’uomo; ai tedeschi, invece, bastava l’ordine del superiore.

Un passo che lascia impietriti del libro di Bedeschi: “la ritirata in poco tempo si trasformò in tragedia epica, ben presto senza scarpe, con piedi e mani congelati, con temperature che sfioravano i 50 gradi sotto zero, costretti a camminare tra la neve, senza nulla da mangiare per giorni e giorni, con pochissime munizioni residue, continuamente braccati dai russi e costretti ad aprirsi la strada combattendo, solo un disperato istinto di conservazione e una grande forza morale li tenevano in vita.”

(Franco Seccia/com.unica, 13 gennaio 2017)

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