[ACCADDE OGGI]

A volte, sfogliando il calendario verrebbe voglia di saltare qualche data perché tanta è la bruttura di quell’evento: il 10 dicembre del 1944 nel salone dei concerti di Castelvecchio a Verona, lo stesso che l’anno precedente aveva ospitato il primo ed unico congresso del risorto Partito Fascista della Repubblica Sociale Italiana, la Corte del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, fortemente voluta dal segretario del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini allo scopo di punire quelli che con “Il colpo di Stato del 25 luglio hanno posto l’Italia di fronte al più grande tradimento che la storia ricordi: una sinistra congiura tra il re e taluni generali, gerarchi e ministri che dal fascismo più di tutti avevano tratto vantaggio, colpendo il regime alle spalle, creando disordine e lo smarrimento del paese proprio nel periodo angoscioso in cui il nemico poneva piede in Italia”, dopo solo due giorni di dibattimento emetteva per bocca del suo presidente Aldo Vecchini la tragica sentenza: condanne a morte tramite fucilazione per Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Carlo Pareschi, Giovanni Marinelli, Luciano Gottardi; 1 condanna a 30 anni di reclusione per Tullio Cianetti; 13 condanne a morte per gli imputati contumaci  Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Cesare Maria De Vecchi, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Alfredo De Marsico, Alberto De Stefani ed Edmondo Rossoni.

Che non si trattò di un vero processo (gli imputati tutti firmatari dell’ordine del giorno Grandi che il 25 luglio 1943 provocò la fine del regime fascista e l’arresto dello stesso Mussolini erano giudicati sulla base di una norma penale con valore retroattivo) e men che meno di un fatto di giustizia è documentabile nelle stesse parole di Mussolini che così rispose al Ministro della Giustizia Piero Pisenti quando questi gli faceva notare come non fosse assolutamente dimostrabile che i firmatari dell’ordine del giorno Grandi avessero agito in combutta con il re, Badoglio e altri congiurati: “Voi, caro Pisenti, vedete il lato giuridico del processo, io devo vedere quello politico”. A parlare così era un Mussolini che combatteva gli ultimi giorni della sua avventura politica costretto a battersi con le forze che sempre più gli venivano meno contro un alleato incattivito e feroce, prigioniero delle trame dei gerarchi fedelissimi e vendicativi e, il peso maggiore, combattuto negli affetti più intimi della sua stessa famiglia.

Gli italiani in quei giorni tremendi di una guerra che si avviava a sicura disfatta seguirono con interesse le scarne cronache del processo di Verona. L’editorialista della Nazione di Firenze Mirko Giobbe scrisse:” Io penso a Mussolini… Come il genitore che romanamente ascolta la sentenza che condanna il figlio traviato, egli soffoca gli accenti del dolore…”  E la domanda che più riecheggiava nei bar era: “Avrà il coraggio di far fucilare il padre dei suoi nipoti, il marito della sua figlia prediletta Edda?”

La risposta arrivò all’alba del giorno successivo alla sentenza, l’11 gennaio 1944 quando nel cortile del poligono di tiro di forte San Procolo di Verona 30 carabine di un plotone di esecuzione spararono i loro colpi nella schiena di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini, di Emilio De Bono ottantenne Maresciallo d’Italia, di Luciano Gottardi, di Giovanni Marinelli e di Carlo Pareschi. Stando alle cronache quasi tutti i fucilati prima di cadere sotto i colpi di fucile gridarono la loro fedeltà all’Italia e al fascismo. Altri colpi saranno sparati e questa volta senza nemmeno la farsa di un processo a Dongo e a Giulino di Mezzegra: dalla tragedia nascerà l’Italia che conosciamo.

(Franco Seccia/com.unica 10 gennaio 2017)

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