Il 28 dicembre del 1962 nasceva a Orange, in Francia, Michel Petrucciani, uno dei maggiori musicisti jazz del Novecento. Affetto da una rara forma congenita di nanismo (osteogenesi imperfetta o ‘sindrome delle ossa di cristallo’) Petrucciani ha sempre considerato il suo handicap fisico come un vantaggio, che gli ha consentito di votarsi completamente alla musica. Talento precocissimo, era un pianista dotato di una tecnica straordinaria, spesso associata a quella di compositori del calibro di Bill Evans, di Keith Jarrett e di Oscar Peterson. Morì a soli 36 anni il 6 gennaio 1999 a New York. 

Ci sono storie che tolgono il sonno. E fanno uscire di senno.
Storie che vanno raccontate, con urgenza. E sono storie buone per la notte, per il buio, per l’insonnia. Storie di una bellezza devastante, che brucia e fa male.
Avete presente il cristallo? La fragilità del cristallo e la sua purezza? Quella finta solidità che basta un niente per frantumare il tutto.
Più fragile del cristal fu il mio amor, cantavano i vecchi appoggiati a un muro con la serranda della cantina semiaperta per berselo il bicchiere dell’addio.
Era il 28 dicembre 1962 e se ne nacque in un ospedale di Orange questo bambino con le ossa di cristallo. Ma non era proprio un bambino, era l’ipotesi di un bambino. Uno schizzo mal riuscito di Dio, un Dio che si era messo a fare le prove. Completamente sbronzo, probabilmente. Prove di quelle riuscite male, senza dubbio.
Ma è bello Michel – perché è così che lo chiamano – di una bellezza soffocante che non da respiro. Come la musica che sente alla radio o come la chitarra guizzante del padre Tony figlio dell’emigrazione italiana, quella che fece nascere anche quel poeta del pallone che fu Michelino Platini.
Cresce con la musica Michel e dice alla madre che vuole un piano da suonare e quelli, presi dallo stupore, glielo regalano un piano. Di quelli giocattolo. E Michel lo frantuma con un martello per fargli capire che qui non si scherza. E per far capire che dentro a quello schizzo mal riuscito pulsa un cuore enorme ed abissi tenaci di volontà e rancore. Bisogna quindi regalarglielo un piano vero, per iniziare a suonare.
Ma il piano non gli basta a Michel, vuole anche la batteria per farsi crescere in petto il senso del ritmo. E in quel corpo deforme se ne escono queste mani perfette, d’artista. Che quando Dio ci si mette li sa lasciare, qui e là, pezzi di perfezione. Anche quando è ubriaco. E quando inizi a suonarlo e non lo sai cosa stai suonando stai inventando il jazz. Giocando con le note, con i ritmi, con le impalcature delle sonate.
Jazz, nient’altro che jazz.
Mischiato con una volontà sovrumana che modellava, ogni giorno, con compiacimento d’artista. E poi l’America, la Malamerica. Per respirarne ancora di jazz, coi grandi di quella musica.
Lui, Michel, alto un metro e due centimetri che sulla seggiola ce lo dovevano sedere gli altri e ai pedali del piano di arrivava solo con un marchingegno. E sembrava dovesse caderne dal trespolo mentre si sporgeva per raggiungere la tastiera e farla vibrare come in un amplesso enorme, di quel corpo piccolo e informe, quella testa troppo grande, e quelle ossa fragili, di cristallo.
Suonò ed amò. Amò la vita come può amarla solo chi sa riconoscere la fortuna della nascita e la profondità della morte, chi sa riconoscere il bagliore del giorno e le tenebre della notte. Così amò e così suonò in giro per il mondo, suonò la musica che se ne usciva dal suo cuore immenso, da quel fiato che con difficoltà gli braccava i polmoni.
Suonava sempre, disse una delle sue cinque mogli, anche quando dormiva. Allora suonava me.
E per suonare nella notte ci vuole il genio e per suonare la notte le note devono essere della consistenza delle stelle e la partitura la luce della luna. Perché in ogni disco, in ogni concerto si sentiva battere il grande cuore del mondo e un energia nascosta che sgorgava dalle dita. E passione, amore. Immenso, gigantesco amore per la vita in tutte le sue forme. Amò le donne e la bellezza, il mondo e l’oltraggio. Non era lui il diverso, diversi gli occhi che lo guardano, diverso il sospiro che gli dormiva accanto, diverso il canto che se ne usciva dalla passione.
Poi se ne andò, troppo presto. A 37 anni, in una New York abbagliata dalle luci del Natale. Se ne andò quell’anima bambina lasciando un vuoto tremendo di bellezza e di gioia.
Volevo solo passeggiare sulla spiaggia, mano nella mano con una donna, disse.
Adesso immaginatevelo che passeggia in una spiaggia di un luogo che è giusto si chiami Paradiso.

(Emiliano Deiana, 28 dicembre 2015)

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