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Nel portale del Sito ufficiale del Comune di Latina v’è scritto “Latina Città del Novecento” e si legge: “…Dal semplice borgo di servizio alla bonifica, Littoria diventò centro rurale nel 1932, centro comunale nel 1933 e capoluogo di provincia nel 1934. Mutato nel 1945 l’originario nome di Littoria – in quell’epoca assai discusso – in Latina, la città ha conservato intatti negli edifici pubblici i caratteri propri dell’epoca in cui nacque… tra le caratteristiche più interessanti la quantità e la varia tipologia delle piazze che Frezzotti distribuì alle intersezioni tra i raggi e gli anelli dello schema a raggiera della Città Nuova.”

Sul “Sito Italiano di Arte Architettura e Cultura” a cura di Valentina Mapelli si legge: “La città di Littoria, oggi Latina, costituiva, unitamente alle cittadine di Pomezia, Sabaudia, Aprilia, Pontinia, quella fascia che veniva denominata delle città del grano, e che venne realizzata intorno a Roma sotto il fascismo. …La redazione del piano regolatore generale, e della quasi totalità degli edifici più rappresentativi, fu affidata ad un giovane architetto di quarantaquattro anni Oriolo Frezzotti su incarico dell’O.N.C…. Il nucleo storico della cittadina era costituito dalla piazza del Littorio con il Municipio, l’albergo Littoria ed un cinema oggi distrutto. Successivamente vennero anche edificati il Palazzo delle Poste (originale edificio dovuto all’architetto futurista A. Mazzoni), una chiesa e, nel 1936, il Palazzo di Giustizia e l’ospedale. L’architetto romano Frezzotti sviluppò, in sostanza, un modello radiocentrico, in cui la nuova cittadina costituiva un polo di servizio per le originarie 512 case coloniche edificate. “

Le nuove città dell’agro pontino nascono, fondamentalmente, dalle stesse istanze che portarono, alla fine degli anni quaranta, alla creazione delle new towns inglesi, le quali hanno goduto e godono la grande attenzione degli urbanisti. Non sono pochi quelli che sostengono che Latina nasce contro il volere di Mussolini che sarebbe stato contrario alla nascita di una grande città al centro dell’Agro Pontino bonificato. Una bonifica varie volte tentata nella storia ma che vide il suo reale compimento solo nella seconda metà degli anni trenta dopo quasi dieci anni di duro lavoro ad opera di lavoratori giunti da ogni parte d’Italia per affrontare una sfida che fino a quel momento l’uomo non era riuscito a vincere. Sorsero cinque città e molte borgate, costruite infinite strade e canali, edificati migliaia di poderi e fatto fronte a tante malattie, prima fra tutte la malaria, che infestava i territori dell’Agro. Un lavoro colossale compiuto allo scopo di disciplinare e di prosciugare le acque su un’estensione di circa 77 mila ettari. A conclusione della bonifica erano state utilizzate 18 grandi idrovore, costruiti o riattivati 16.165 chilometri di canali, aperti 1.360 chilometri di strade, edificate 3.040 case coloniche e perforati 4.500 pozzi freatici o artesiani. Al cambio attuale si trattò di un pubblico intervento valutabile intorno ai 30 miliardi di euro. Fu per il fascismo una sfida riuscita principalmente per due fondamentali aspetti: da un lato vennero bonificati e resi produttivi e vivibili moltissimi ettari di territorio fino ad allora coperti da palude, dall’altro il regime poté’ utilizzare in tal modo larghissima manodopera per far fronte alla crescente disoccupazione. I bonificatori, infatti, giunsero in terra pontina proprio per riscattarsi da una situazione di crisi che in quel periodo caratterizzava diverse aree del paese e che aveva radici nella grande crisi mondiale del 1929.

Tornando alla contrarietà di Mussolini alla nascita di Latina quale grande centro urbano questa tesi troverebbe conferma nel silenzio quasi totale della stampa italiana quando il 30 giugno del 1932 fu posta la prima pietra della nuova città. Ma l’attenzione della stampa estera e gli elogi per le opere intraprese furono tali che lo stesso Mussolini inaugurò la nuova città costruita in neanche sei mesi. Il 18 dicembre 1932 Mussolini arrivò a Littoria, girò tra le case in Borsalino e stivali, elogiò “gli operai giunti da ogni parte d’Italia e i coloni che dalle terre del Veneto e dalla Valle del Po sono venuti per lottare” e nel corso di una grande manifestazione in Piazza del Popolo battezzò la nascita della nuova città Littoria, oggi Latina, la città del Lazio più popolata dopo Roma. I primi suoi pochi abitanti, così come quelli dei borghi dell’Agro Pontino e dei comuni istituiti con la bonifica furono immigrati italiani originari del Nord-Est dell’Italia e della Valle del Po, principalmente coloni, artigiani che diedero vita alla “comunità veneto-pontina”. A loro si unirono artigiani, coloni e impiegati provenienti dalla provincia della capitale, dai Monti Lepini ma anche dalle Marche e dall’Umbria. Oggi Latina, dopo aver accolto profughi dalmati e giuliani, gli espulsi dalla Libia, dall’Algeria e dall’Egitto, registra una stabile presenza di un gran numero di immigrati provenienti dall’Europa dell’Est ma anche da paesi asiatici (India, Bangladesh, Cina e Filippine) e nondimeno quelli provenienti dall’Africa mediterranea (Tunisia, Algeria, Marocco).

Una città di immigrati dove l’integrazione, costruita sul reciproco rispetto tra ospitanti e ospitati, sembra che dia buoni risultati. Noi possiamo solo augurare ai nuovi arrivati di aver trovato in questi luoghi oramai salubri, le stesse cose descritte e riportate da un giornalista nel racconto di una anziana signora veneta che non smetteva di magnificare le meraviglie che avevano trovato nelle nuove case”: “– Dottore mio… nelle case c’era tutto… Le pentole per cucinare, i piatti, le posate… Perfino l’occorrente per rammendare c’era… Guardi le faccio vedere… – E tira fuori un uovo di legno di quelli che in altri tempi servivano per rammendare i calzini”. Poi mostrò un resoconto ufficiale dell’Opera Nazionale Combattenti datato 18 dicembre 1932 Anno XI E.F., conservato come una reliquia, in cui sono riportate le seguenti cifre: “…Da Treviso partirono 340 famiglie, da Udine 308, da Padova 276, da Rovigo 233, da Vicenza 228; 220 da Verona, 114 da Venezia, 29 da Belluno.”  Si trattava in gran parte di famiglie che scappavano dalle campagne venete dove decine di migliaia di ettari in pochi anni erano stati svenduti da piccoli proprietari in difficoltà. La famiglia che intendeva emigrare doveva contare almeno su quattro uomini, due donne e un ex combattente. Ottenevano una casa riscattabile in cinque anni, tre camere da letto, il forno del pane, il pollaio, la vasca per abbeverare il bestiame, attrezzi agricoli, un carro, alcuni capi da allevare. In più veniva consegnato il “libretto colonico”, dove venivano versate da 50 a 600 lire a famiglia ogni due settimane.

(Franco Seccia/com.unica, 18 dicembre 2016)

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