[ACCADDE OGGI]

Giulio Andreotti si svegliò dal torpore in cui lo aveva sprofondato l’anestesia per l’operazione alla cistifellea appena subita. Uno sparo proveniente dai piani sottostanti alla stanza dove era ricoverato il leader democristiano mise in subbuglio Villa Stuart alla via Trionfale di Roma. I carabinieri e la polizia che pattugliavano l’intera struttura si armarono nella ricerca degli eventuali attentatori. Ma no. Lo sparo udito proveniva dalla piccola grotta adiacente la cappella del nosocomio romano e, a terra, ai piedi della Madonna, in una pozza di sangue, c’era l’uomo dai cento volti e dalle mille voci, Alighiero Noschese. Aveva 47 anni quando si tolse la vita per motivi avvolti nel mistero e che hanno fatto fiorire fiumi di interpretazioni anche fantasiose. Tra queste quella che lo vuole ucciso dalla DC e che si sostanzia del fatto che il più grande imitatore di tutti i tempi si avviò al declino e alla depressione dopo che fu rinvenuto il cadavere di Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse. Noschese, infatti, stava registrando delle puntate televisive per mamma Rai in cui, come suo solito, faceva delle caricature di politici e fra queste una su Aldo Moro, ma la registrazione fu immediatamente sospesa e il programma soppresso all’arrivo della notizia del ritrovamento del cadavere di Moro. Forse fu questa la ragione che unita alla amarezza per il fallito matrimonio portò Alighiero Noschese a Villa Stuart in preda ad una forte depressione.

Fu un attore, un imitatore e un comico che rispondeva in pieno ai sacri principi dell’arte secondo i canoni dell’antica Grecia. Napoletano del Vomero, il quartiere alto e borghese, fu comunista e segretario della federazione giovanile comunista napoletana. Nondimeno fu cattolico e osservante tanto da innamorarsi della gente e della città di San Giorgio a Cremano alle porte di Napoli dove si ritirava in una comunità religiosa in ritiro spirituale.

Dopo la morte si scoprì che era anche massone e tesserato alla loggia P2. Ma fu essenzialmente un artista come pochi, pungente e provocatore nella sua satira che era elegante e mai aggressiva. Gli bastava sentire una voce per appropriarsene e farla propria fino al punto di sconcertare anche i più avveduti. Persino la mamma di Andreotti fu tratta in inganno credendo che il figlio Giulio si era messo a cantare in uno show televisivo. Agli esami di giurisprudenza, alla Federico II di Napoli, si cimentò in filosofia del diritto con la voce di Amedeo Nazzari e sostenne la prova di diritto ecclesiastico con la voce di Totò. Ed anche alla fine utilizzò la voce del suo medico curante per carpire il segreto delle analisi cliniche a cui fu sottoposto e il verdetto fu scioccante e lo portò alla decisione fatale: aveva un cancro incurabile. La sua tomba abbandonata è nel cimitero di San Giorgio a Cremano vicino a quella curatissima di Massimo Troisi. Il custode dice che a volte sente delle voci venire da quel loculo, tante voci e mai uguali.

(Franco Seccia/com.unica 3 dicembre 2016)

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