[ACCADDE OGGI]

In tanti fanno risalire la nascita del movimento armato extraparlamentare di sinistra detto “Prima Linea” al 29 o al 30 novembre 1976 quando i militanti armati di questa organizzazione irruppero nella sede dei dirigenti Fiat di Torino lasciando volantini firmati in cui rivendicavano l’azione in nome della lotta armata proletaria. In verità la prima uscita armi in pugno degli aderenti a Prima Linea avvenne il 29 aprile 1976 a Milano e lasciò sul selciato il sangue di Enrico Pedenovi consigliere alla Provincia di Milano per il MSI che era in procinto di recarsi alla manifestazione che ricordava Sergio Ramelli, un giovane militante di destra iscritto al Fronte della Gioventù e ucciso l’anno precedente a chiavi inglesi da militanti di “Avanguardia Operaia”, altro movimento di lotta armata di area comunista.

Tra i gruppi terroristici di matrice marxista che negli anni ’70 e ’80 hanno insanguinato il nostro Paese, Prima Linea, è seconda solo alle Brigate Rosse per operatività e numero di aderenti. I suoi adepti, a differenza dei brigatisti rivoluzionari a tempo pieno che fecero la scelta esistenziale della clandestinità, si danno alla macchia solo in casi eccezionali o quando si sentono braccati. I loro capi e fondatori, trai quali spiccano i nomi di Roberto Sandalo, Marco Donat Cattin, Sergio Segio, Susanna Ronconi, Diego Forastieri, Roberto Rosso, Giulia Borelli e Silviera Russo, provengono per lo più dal “Movimento operai-studenti di Torino” da cui nacquero due distinte formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, di orientamento comunista, prima “Lotta Continua” e poi “Potere Operaio”.

In Prima Linea, contrariamente a Lotta Continua, a Potere Operaio e alle Brigate Rosse, potevano confluire anche altri movimenti orbitanti nella sinistra extraparlamentare radicati sul territorio e questo determinò una capillarizzazione dell’organizzazione che sotto la guida del cosiddetto comando nazionale poté contare su un numero di militanti molto esteso e distribuito tra le più grandi città italiane. All’assassinio di Pedenovi seguiranno le uccisioni a Torino di Giuseppe Ciotta, brigadiere di Pubblica Sicurezza di 29 anni, a Napoli di Alfredo Paolella docente universitario di antropologia criminale all’Università di Napoli, a Torino di Giuseppe Lorusso agente di polizia penitenziaria, a Milano di Emilio Alessandrini, sostituto Procuratore della Repubblica, a Torino di Emanuele Iurilli un povero cristo che si trovò a passare mentre infuriava la sparatoria tra i componenti di P.L. e una pattuglia di polizia, sempre a Torino di Carmine Civitate proprietario di un bar, a Druento vicino Torino di Bartolomeo Mana vigile urbano, a Milano di Guido Galli docente di criminologia, a Torino di Carlo Ghiglieno dirigente Fiat…

Un elenco di morte lunghissimo che comprende cittadini inermi, appartenenti alle  forze dell’ordine, dirigenti aziendali, magistrati, politici e anche militanti dell’organizzazione terroristica composta, a dire di molti dirigenti del PCI, da “compagni che sbagliarono”. E ad ammettere l’errore, lo “sbaglio”, furono gli stessi militanti di Prima Linea quando l’intera organizzazione si dissolse come neve al sole in seguito ai patteggiamenti, i pentimenti e alla rinuncia alla lotta armata. Vi fu anche l’iniziativa dell’allora arcivescovo di Milano il cardinale Carlo Maria Martini che accettò di farsi consegnare le armi ancora in possesso ai “combattenti” di Prima Linea. Anche il ministro dell’interno dell’epoca dei maggiori episodi di terrorismo, Francesco Cossiga, pagò qualche conseguenza perché fu chiamato a rispondere della copertura data alla fuga del terrorista Marco Donat Cattin, il figlio di Carlo Donat Cattin ministro e personaggio influente della democrazia cristiana. In realtà Cossiga non coprì nulla ma fu solo umanamente preso dal dramma di una famiglia distrutta da quei tragici avvenimenti.

Quando tutto sarà finito e alla tragedia del sangue versato si unirà la tragedia personale dei massimi esponenti di Prima Linea, alcuni di essi dal carcere decideranno di iscriversi al Partito Radicale di Marco Pannella e in un messaggio scriveranno: “Noi non abbiamo grandi definizioni da dare; abbiamo solo il ricordo vivo di una stagione appena conclusa, finita in tragedia…”.  

(Franco Seccia/com.unica, 29 novembre 2016)

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