Putin è riuscito a prendersi la Crimea e si è dimostrato decisivo in Siria. L’Occidente non ha saputo reagire né in Europa né in Medio Oriente. Sulla Stampa un’analisi di Robert D. Kaplan, autorevole esperto americano di geopolitica e membro del Center for a New American Security.

Delle due grandi potenze autocratiche dell’Eurasia, la Russia si sta rivelando più pericolosa, a breve termine, della Cina. I cinesi sperano di arrivare gradualmente a dominare le acque del continente asiatico senza essere ingaggiati in una guerra aperta con gli Stati Uniti. Mentre l’aggressione di Pechino è «fredda», quella di Mosca è «calda». E l’attuale situazione, con l’amministrazione Usa in scadenza sul punto di uscire di scena e quella nuova ancora da insediare, sembra perfetta perché il presidente russo Vladimir Putin scelga di correre un rischio calcolato.

La situazione economica della Russia è molto peggiore di quella della Cina, e quindi tanto maggiore l’incentivo per i suoi governanti a spingere sulla leva del nazionalismo. Ma il dato più significativo, che le élite occidentali stentano a capire, non può essere quantificato: un insito e storico senso di insicurezza fa sì che le aggressioni russe siano crudeli, dirette, sanguinose e rischiose. Mentre i cinesi costruiscono insediamenti sulle isole contestate e mandano flotte di pescherecci nelle acque oggetto di contenzioso, i russi mandano criminali mascherati in Ucraina e sganciano bombe a grappolo sui civili inermi ad Aleppo, in Siria. Senza contare i cyber attacchi, dove la sua interferenza nella nostra politica è assimilabile a una dichiarazione di guerra, la Russia sta compiendo atti di aggressione in quattro diversi teatri: il Mar Baltico, il bacino del Mar Nero, l’Ucraina e la Siria.

Tuttavia per Mosca questo costituisce un solo teatro – i «vicini prossimi» della Russia -, un concetto che comprende la periferia della vecchia Unione Sovietica e le sue zone d’influenza. Poiché il signor Putin lo vede come un unico, fluido teatro eurasiatico, se gli Stati Uniti dovessero incalzarlo in Siria, diciamo, lui potrebbe facilmente contrattaccare negli Stati baltici. Una reazione di questo genere sarebbe destinata a spaccare l’alleanza occidentale.

Consideriamo uno scenario adombrato durante una simulazione a cui ho partecipato lo scorso inverno a Washington: la Russia potrebbe far penetrare solo poche centinaia di unità militari per alcune miglia oltre la frontiera di uno degli Stati baltici e poi fermarsi. Potrebbe essere rischioso per la Nato rilanciare denunciando una violazione dell’ Articolo 5, che considera l’attacco a un alleato come sferrato a tutta la coalizione. Il signor Putin sa bene che i membri della Nato dell’Europa meridionale, la Grecia, la Bulgaria e l’Italia, potrebbero esitare ad aderire a un intervento, e le truppe russe nella regione del Baltico sono di gran lunga più numerose di quelle della Nato. Nel tempo necessario alla Nato per dispiegare truppe sufficienti, la Russia potrebbe impadronirsi di uno degli Stati baltici membri della Nato.

Per quanto riguarda la Siria: nel 2011 gli Stati Uniti avrebbero avuto delle opportunità strategiche se la Casa Bianca avesse agito. Cinque anni dopo, le opportunità sono molto diminuite e sono aumentati i rischi. È stato invocato come precedente l’assedio di Sarajevo negli Anni 90 che contribuì a decidere l’intervento militare dell’Occidente. Ma allora il presidente Bill Clinton agì contro una Russia debole, non competitiva sul piano internazionale e senza combattenti interni che sono terroristi internazionali. Gli Stati Uniti sono in grado di andare in soccorso alla popolazione civile di Aleppo, e gli esperti militari possono portare questa argomentazione. Ma bisogna tenere presente che c’è una grande differenza tra rendere molto più difficile la violenta aggressione del regime siriano nel Nord del Paese (che è fattibile) e rovesciare quel regime a Damasco (troppo ambizioso a questo punto).

C’è anche una domanda più ampia in tema di politica estera che dovrà essere all’ordine del giorno per il nuovo Presidente: in che modo gli Stati Uniti possono stabilire una loro influenza sul terreno, dal Mar Baltico al deserto siriano, che permetta all’America di negoziare con la Russia da una posizione strategicamente favorevole? Perché, senza un adeguato contesto geopolitico, il Segretario di Stato è un missionario, non un diplomatico. John Kerry è un uomo che ha una lista di negoziati da condurre piuttosto che una lista di interessi americani da difendere. Sembra non comprendere che in politica estera gli interessi vengono prima dei valori; e questi ultimi hanno peso solo se i primi vengono capiti. Ad esempio, proprio come un intervento occidentale in Siria provoca il rischio di una risposta in Europa, un significativo spostamento delle forze americane di ritorno stabilmente in Europa può fare sì che il signor Putin diventi più ragionevole in Siria. Questo può offrire uno sbocco allo sterile dibattito sulla Siria, in cui tutte le opzioni – dalla creazione di zone di sicurezza al rovesciamento del regime di Bashar Assad – sono problematiche e non mettono fine alla guerra.

Esercitando serie pressioni sulla Russia in Europa centrale e orientale gli Stati Uniti possono creare le condizioni per un negoziato efficace laddove Mosca potrebbe avere un incentivo a indirizzare in una direzione migliore il comportamento del suo cliente siriano. Poiché il conflitto siriano è una guerra regionale, le altre potenze – Turchia, Arabia Saudita, Iran – dovrebbero essere coinvolte. Anche qui, la diplomazia americana può diventare più incisiva solo se gli Stati Uniti possono rassicurare gli alleati mediorientali, ad esempio, con un più ampio dispiegamento militare, siano addestratori delle forze speciali o navi da guerra nel Mediterraneo orientale o nel Golfo Persico. Anche mettere fine all’isolamento aiuterebbe sotto questo profilo, qualsiasi cosa possa assicurare un contesto migliore per trasmettere un’immagine di potere.

La diplomazia non sostituisce la forza, ma ne è il completamento. Essenzialmente, questo è ciò che separa presidenti come Richard Nixon e Ronald Reagan da Barack Obama. Nel campo dell’informatica gli Stati Uniti non hanno messo abbastanza paletti. Che tipo di attacco russo susciterà una risposta proporzionata, o anche sproporzionata o punitiva? L’amministrazione Obama sembra navigare a vista, che poi è quello che ha fatto in generale con la politica russa. La prossima amministrazione, oltre a dispiegare forze militari in tutti i Paesi vicini alla Russia, dovrà anche difendere le frontiere informatiche.

Sono realista, e il realismo dice che l’aggressione della Russia nei confronti dei Paesi confinanti ha scosso l’equilibrio del potere e richiede una risposta netta. Il fatto che il presidente Obama abbia evitato di impantanarsi è una mera tattica. Non basta per riconoscergli un approccio globale o per farne un realista. Questo è il vero problema, in Siria e altrove.

(Robert D. Kaplan, La Stampa 23 ottobre 2016)

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