“I sogni di libertà non si possono rinchiudere in gabbia come pappagalli addomesticati” (Frei Betto, padre domenicano).

49 anni fa, dopo essere caduto in una imboscata alla Quebrada del Yuro, moriva in Bolivia, Ernesto Guevara de la Serna, conosciuto dal mondo intero come il “Che”. Guerrigliero, uomo di spicco della rivolta cubana, ministro dell’industria nel governo di Fidel Castro: la sua immagine ha tappezzato manifesti, muri, magliette e gadgets vari, icona del comunismo e della lotta contro le oppressioni. Ernesto Guevara era un medico. Si interessò alle minoranze e agli oppressi molto presto, quando compì il famoso viaggio in motocicletta attraverso l’America Latina con il suo amico biologo Alberto Granado, scomparso a l’Avana il 5 marzo 2011.

Ernesto Guevara dichiarò guerra alle dittature e al potere dei latifondisti, lanciò la lotta armata contro la miseria, gli abusi, la disuguaglianza, invocò una partecipazione effettiva degli operai alla gestione delle fabbriche in cui lavoravano, rivendicò per le donne i pari diritti. Partecipò ad una campagna di alfabetizzazione che porterà ad ogni angolo di Cuba maestri e volontari per insegnare alla gente a leggere e a scrivere.

Combattè in prima linea e morì ammazzato in Bolivia il 9 ottobre 1967, a trentanove anni, guardando in faccia la morte. Si oppose sempre all’idea di Cuba in mano ai comunisti sovietici, non condivise mai questo asservimento, voleva e sognava una Cuba libera, che fosse solo dei cubani. Non venne mai meno alle sue promesse. Nel 1965 lasciò all’improvviso la carica di Ministro dell’Industria perché voleva capire come si viveva e lavorava in fabbrica, quali erano i meccanismi alla base del lavoro e della produzione. Scomparve a lungo.

Molte le ombre che si sono allungate sulla sua morte, molti i sospetti. Le sue idee non morirono con lui, ma furono raccolte dagli studenti parigini durante il Maggio francese, in mezza Europa e negli Stati Uniti, dove furono occupate le università e bruciate le cartoline precetto per la guerra in Vietnam. Dai montoneros in Argentina ai tupamaros in Uruguay, in Perù e in Salvador, ovunque si volesse rovesciare l’assetto sociale in America Latina. Di lui rimane tanto, e quel tanto si è trasformato in un mito senza tempo. Qualcuno lo ha voluto sopravvissuto e nascosto chissà dove, qualcun altro lo ha visto rivivere nei discorsi del subcomandante Marcos. Ernesto “Che” Guevara, l’ultimo eroe romantico, che sopravvive e aleggia portando la nostalgia per uomini che dicono quello che pensano, ma che soprattutto fanno quello che dicono. Un esempio pericoloso e utopistico per chi crede nell’uguaglianza fra gli uomini a tutti i costi, un’uguaglianza che può essere raggiunta solo con grande spargimento di sangue o con il miracoloso santificarsi della razza umana.

Due le foto che lo hanno immortalato per sempre: il primo piano di Korda, che lo vede assorto a guardare lontano, e quella che lo ritrae steso, i capelli scomposti, lo sguardo vitreo, ormai morto, una sorta di Cristo di Mantegna, disteso su un lurido lavatoio, mentre i boliviani indicavano i fori delle pallottole. Un uomo che non ha mai accettato di essere crocifisso dal nemico. Un grande giocatore di scacchi. Un poeta della tenerezza che amava il tango e aveva l’hobby della fotografia. Da qualche anno suo figlio Camilo Guevara March sta portando in giro per il mondo una mostra che racconta il comandante Guevara attraverso i suoi scatti.

(Nadia Loreti/com.unica 9 ottobre 2016)

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