[ACCADDE OGGI]

Alle 18.30 del 2 ottobre 1935 Piazza Venezia a Roma era colma all’inverosimile. La folla si estendeva da un lato fin verso il Colosseo e dall’altro per Via del Corso fin verso Piazza Colonna. Alla stessa ora le piazze delle maggiori città italiane erano affollate da gente anche non irreggimentata con la voglia di sapere. Così anche nei piccoli centri dove i più erano appostati nei bar e nei circoli dopolavoristici davanti agli apparecchi radio perché tutti si chiedevano cosa Mussolini avrebbe detto, come avrebbe reagito dinanzi alle minacciate sanzioni economiche all’Italia per la crisi etiopica. E che fossero veramente in tanti a voler sapere lo confermerà la stessa voce del Duce che inizierà dicendo: “…Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia. Mai si vide nella storia del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola. La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta, inalterabile. Possono credere il contrario soltanto i cervelli avvolti nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935…”.

Perché tanta enfasi nel comunicare agli italiani e al mondo l’imponenza di quella oceanica adunata. Non certo solamente per il rigoroso rispetto della sceneggiatura fascista, no! Mussolini sapeva di avere in quell’occasione non tanto la contrarietà di facciata della stragrande maggioranza della Società delle Nazioni maneggiate dalla Gran Bretagna tiepidamente appoggiata dalla Francia di Laval che pure aveva mostrato “desistment” (disinteressamento) alla questione italo-abissina, quanto piuttosto la non totale partecipazione al progetto di invasione dell’Etiopia delle alte sfere militari e dei soliti circoli di potere raggelati dinanzi allo straordinario spiegamento delle forze navali inglesi nel Mediterraneo. Per questo si recò il giorno prima dal sovrano per informarlo della situazione ricevendo dallo stesso il via libera anche scritto con queste parole “Sapevo quasi tutto quello che lei m’ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma viva, che si è diffusa tra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: – Duce, vada avanti. Ci sono io alle sue spalle. Avanti, le dico!”. E fu così, che senza dichiarazione ufficiale di guerra Mussolini continuando a parlare agli italiani e al mondo disse: “… Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la mèta: in queste ore il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai! Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole. Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse! Ma, dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di seicentosettantamila morti, quattrocentomila mutilati, e un milione di feriti, attorno al tavolo della esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altrui. Abbiamo pazientato tredici anni, durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!”. Alla fine come presagendo dirà “noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo.”

Il giorno dopo le truppe italiane varcarono i confini dell’Etiopia mentre dai porti italiani le navi imbarcavano migliaia di soldati che coperti dal casco coloniale cantavano “Io ti saluto! Vado in Abissinia; cara Virginia; ma tornerò”. In tanti non tornarono anche se il loro contributo servì a creare quegli anni che lo storico De Felice chiama “gli anni del consenso”. Ma poi la catastrofe della guerra mondiale che a giudizio di larga parte della storiografia affonda le proprie radici proprio in quel 2 ottobre di 81anni fa quando per miopia politica o forse per cinico calcolo l’Italia fu buttata tra le braccia di Hitler dalla Francia e dall’Inghilterra e soprattutto da quest’ultima che, se vincerà la partita, lo farà pagando il grandissimo scotto della perdita della leadership mondiale e lo spostamento della supremazia politica a favore dell’altra parte dell’oceano.

(Franco Seccia, 2 ottobre 2016)

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