In ricordo del Presidente emerito della Repubblica, scomparso ieri, pubblichiamo il testo di un suo intervento inviato in occasione della giornata in suo onore promossa dalla Scuola Normale di Pisa.

È con profondo rammarico che mi vedo costretto a partecipare “da lontano” a questa speciale giornata in cui la mia “Normale” celebra un anniversario importante: il suo bicentenario. Lontano eppur vicinissimo, sono tra voi con l’animo colmo di sentimenti, i più diversi: gratitudine, orgoglio, senso di appartenenza, nostalgia. L’età, certamente, fa affiorare quella vena sentimentale ed emotiva che in altre stagioni della vita scorre più sotterranea.

Oggi, come si conviene ai festeggiamenti per il raggiungimento di una età ragguardevole, non mancherà la “narrazione” di una vita lunga anche per una istituzione, lunga e straordinariamente ricca; ricca di eventi, di presenze, di traguardi ambiziosi brillantemente raggiunti, di riconoscimenti e di fama. E come nella vita degli uomini, non sono mancati ostacoli, difficoltà, tensioni: se le pagine più buie della nostra storia, se colpevoli complicità non hanno mai del tutto oltrepassato la soglia della nostra amata Scuola, se essa più e meglio di altri organismi ha resistito al morbo letale del conformismo, dell’acquiescenza, della compromissione con un regime liberticida; se ha saputo salvaguardare nel tempo, nonostante tutto, l’integrità della sua missione è stato grazie alla robusta tempra morale, al vigore etico che sempre ha sostenuto la “Normale”, facendone una calogeriana Scuola dell’Uomo.

Oggi, come si conviene a mani sapienti che hanno cosparso il terreno di buon seme, esse possono attingere all’abbondanza del raccolto ammassato per affrontare la stagione ingrata.

E ingrato è il tempo che viviamo. Percorso com’è da un profondo senso di smarrimento; da un disorientamento che investe le istituzioni non meno dei singoli individui; le generazioni adulte non meno di quelle più giovani. Certezze venute meno stentano a trovare sostituti adeguati, capaci di restituire una prospettiva, un orizzonte. Di siffatta condizione la crisi che ha investito le economie è quasi certamente effetto, più che causa. Il suo protrarsi, la sostanziale inefficacia della panoplia degli strumenti approntati per aggredirla rafforzano il convincimento che le radici del “male” affondano altrove. Le variabili economiche misurano la febbre; non formulano la diagnosi.

Da tempo mi vado convincendo che la natura della crisi è culturale; per questo è tanto difficile fronteggiarla; altrettanto frustrante è misurarsi con essa con armi tradizionali.

Allora se la crisi è culturale è nella Cultura che va ricercato l’elemento propulsore, il motore della civiltà, sgombrando il campo dai tanti dei falsi e bugiardi che le nostre società hanno innalzato sugli altari in cieca adorazione. Cultura non è solo passato, per splendido che sia; per nobile e illustre che sia, non è solo tradizione. Cultura è avere possesso dei mezzi per coniugare passato e presente, per configurare il futuro. È discernimento; è saper riconoscere i meccanismi inceppati e i modelli inservibili per corrispondere a esigenze e bisogni nuovi, diversi. Quelli verso cui tende una società complessa. Solo la Cultura, che è alimento insieme dell’intelletto e dello spirito, è in grado di suscitare le spinte necessarie: la curiosità di andare oltre il già dato e il coraggio di cercare strade nuove; la fantasia per immaginare possibilità inedite, “altre”. Solo la Cultura è la sorgente da cui possono sgorgare la fiducia in un rinnovato homo faber e la speranza che esso divenga l’artefice, su scala globale, di una sorta di nuovo Rinascimento.

Gli sbalorditivi avanzamenti della scienza e della tecnica riservano possibilità inimmaginabili se “maneggiati” con saggezza; con dovizia di strumentazione umanistica ed etica.

È una rinnovata sfida alle “due culture”: l’umanistica e la scientifica. Rispetto agli anni sessanta del secolo scorso – rispetto ai termini in cui la pose Snow nella celebre conferenza di Cambridge – raccogliere la sfida, abbattere gli steccati, si è fatto drammaticamente più urgente. Non basta più il riconoscimento, senza gerarchia alcuna, dei diversi statuti. Occorre andare oltre. La “Normale” a questo proposito racconta una storia esemplare. Se cultura è prima di tutto desiderio di conoscenza e spirito di ricerca; rigore e disciplina mentale; attitudine a sperimentare e rifiuto del pre-giudizio, allora alla “Normale” la cultura è sempre stata solo una; una sola vi ha avuto diritto di cittadinanza.

Dalle aule della “Normale” sono usciti fisici e filologi classici; matematici e filosofi; chimici e letterati. I più brillanti tra loro; quelli il cui nome è iscritto nell’albo d’onore delle rispettive discipline hanno scelto, prediletto la vastità dell’ orizzonte, attraversandolo in tutta la sua ampiezza; obbedendo solo allo spirito di ricerca hanno sconfinato, soggiornando in partibus infidelium. Dalle sale dello splendido Palazzo della Carovana o attraversando Piazza dei Cavalieri quante volte abbiamo guardato con stupore sempre nuovo all’armonia del luogo, a quello straordinario spazio – racchiuso tra la chiesa di Santo Stefano, il Palazzo dell’orologio e la Torre di Ugolino – dove il rigore geometrico così felicemente si sposa alla fantasia del disegno, alla morbidezza delle linee. A me sembra che quello spazio racchiuda anche lo spirito di ogni “normalista”.

Assecondando una vocazione antica, la “Normale” prosegue il cammino, fedele alla sua memoria in un mondo che cambia. Questo è il mio auspicio; questa è la mia certezza.

Carlo Azeglio Ciampi, 13 dicembre 2011

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