Non c’è da meravigliarsi se nel lontano 1959, proprio quando faceva il suo ingresso in Italia l’epoca felice (o apparentemente tale) del benessere economico, le Edizioni di Comunità mandassero in libreria un libro problematico come In nome della ragione di Lewis Mumford (ora ristampato dalle rinate Edizioni di Comunità, pp. 168, euro 15).

Il titolo originale dell’opera, In name of the sanity, che uscì negli Stati Uniti cinque anni prima, restituiva meglio rispetto alla traduzione italiana il carattere paradigmatico di un certo dissenso e puntava il dito sul concetto di salvezza – sanity appunto – sotto cui si nascondeva il senso di un’inquietudine materiale/morale. Chi ha letto a suo tempo il libro – e chi si accingerà a farlo ora grazie a questo recupero – poteva cogliere la traiettoria su cui l’autore posizionava il suo pensiero: non una compiaciuta celebrazione dell’apocalisse, avvertita come imminente o quasi, ma il bisogno di escogitare un rimedio, nel tentativo di avviare all’interno del mondo occidentale un discorso sul tema della sopravvivenza e sul rapporto tra sopravvivenza e dittatura tecnologica.

La sociologia successiva avrebbe investito molte delle sue migliori risorse intorno a queste problematiche. Penso a Modus vivendi (2007) di Zygmunt Bauman, con una differenza però sostanziale: ciò che trapela in questi anni recenti a proposito del senso della fine è qualcosa di diverso rispetto ai ragionamenti da cassandra che hanno tenuto impegnato Mumford nel capolinea degli anni Cinquanta. Questo non perché le apocalissi cambiano nella percezione sulla base dei decenni e sono fenomeni di difficili individuazione, ma perché differente è il ruolo assegnato alla tecnologia. Bauman vede in essa la causa di quella che egli definisce “età dell’incertezza” (il sottotitolo di Modus vivendi è Inferno e utopia nel mondo liquido), riconosce cioè che la nostra epoca è fortemente condizionata dal cortocircuito conoscenza- paura, vale a dire dalla sensazione secondo cui più il sapere è alla portata di tutti, almeno in apparenza (la rete ne è uno degli esempi più lampanti) e paradossalmente più aumenta nei cittadini il rischio di precarietà, di insicurezza, di instabilità. Al contrario, Mumford postulava un altro tipo di problema, altrettanto delicato, che aveva come sfondo il ruolo della rincorsa tecnologica, in un clima da guerra fredda appunto e dentro quel panorama di nazioni in tensione che Franco Fortini definiva “i destini generali”.

Ciò che per Bauman è sguardo a posteriori, per Mumford è ancora qualcosa in fieri. Bauman insomma dà per certo l’epilogo della modernità (deteriorata o modificata dal carattere liquido della società) e si ferma là dove invece Mumford chiedeva di rettificare certe pretese di assolutizzazioni, una fra tutta: l’idolatria della civiltà delle macchine. Il moderno, su cui si concentrano i capitoli di In nome della ragione, è qualcosa su cui si addensano parecchie nubi, ma possiede ancora dei margini di salvezza, dunque è passibile di correttivi, pur intravedendosi in esso potenziali distorsioni. Il discorso di Mumford denuncia tutti i suoi prestiti con l’epoca in cui viene pronunciato, ma non è affatto fuori luogo oggi, nel quadro di un Occidente che non riesce a contrapporre alcuna visione alternativa alla crisi dell’economia quale crisi delle strutture identitarie su cui si è poggiata la sua stessa fortuna. Nello stesso tempo il libro di Mumford salda i conti con il dibattito sulle “due culture”: un vero e proprio tormentone degli anni successivi alla guerra, probabilmente il vero nucleo problematico, che avrebbe trovato in Italia il terreno favorevole su cui germogliare assai prima dell’uscita dell’omonimo saggio di Charles P. Snow (1964), all’interno di una rivista come “Civiltà delle Macchine”, fondata e diretta da Leonardo Sinisgalli nel 1953. Chiedersi se la tecnologia può recare danni alla comunità degli individui è un’operazione che non solo tende a stigmatizzare la corsa agli armamenti (vi è in questo libro il chiaro intento di denunciare il rischio di una guerra atomica), ma rinnova la domanda di sempre e cioè quanto sia legittimo per l’Occidente attrezzarsi dal punto di vista tecnologico fino a focalizzare (e ridurre) la propria immagine nel desiderio di estremizzare le facoltà della scienza. Occidentalismo quale dominio tecnocratico, dunque, anziché – come sarebbe forse più corretto – occidentalismo come progetto di civiltà ripensata su basi ideologiche non propedeutiche all’idea di prevaricazione e di dominio. 

Nessuna voce meglio di Mumford poteva riassumere la crisi di un positivismo che, partendo da molto lontano, aveva certo recato vantaggi, ma anche mostrato innumerevoli crepe. D’altra parte, c’era da aspettarselo. Mumford era ampiamente noto in Italia per i suoi libri sull’utopia e sulla città, cinque dei quali, fra cui appunto In nome della ragione, accolti nelle Edizioni di Comunità tra il 1954 e il 1963. Più che legittimo è riconoscere quanto i suoi testi fossero perfettamente in linea con i programmi del marchio di Ivrea, nato dalla mente di Adriano Olivetti, a completamento del programma culturale avviato dalla rivista “Comunità”, nel 1946. Parte considerevole del catalogo, infatti, riguarda la discussione sul tema del progresso – quale fenomeno legato ai processi di industrializzazione, quale manifestazione del primato delle macchine sull’uomo – cui si contrappone l’ipotesi di un’incolmabile distanza con ciò che viene comunemente accolto sotto l’etichetta del moderno. Non si può escludere l’idea di una civiltà che in quegli anni venga a coincidere con l’idea di un capitalismo orientato nella corsa al profitto. Però nulla vieta di pensare alla ricerca di una contro modernità, non tanto per postulare con Rousseau il ritorno allo “stato di natura”, quanto per ripensare ai paradigmi alternativi di un Novecento declinato sempre più come secolo del pensiero plurale.

Giuseppe Lupo, AVVENIRE 8 settembre 2016

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