Da “La Stampa” l’intervista di Marta Ottaviani al giornalista turco Abdullah Bozkurt su quel che sta succedendo in questi giorni nel suo paese dopo il fallito colpo di stato.

Un Paese con un uomo solo al comando, una società ad alto rischio radicalizzazione, dove trovare voci di dissenso, nei media e nella società civile, è sempre più difficile. Abdullah Bozkurt è stato per anni uno dei principali editorialisti del quotidiano Zaman, la testata principale legata a Fethullah Gulen, prima chiusa e poi commissariata due mesi fa. Oggi racconta cosa attende la Turchia e i motivi che spingono il presidente della Repubblica a comportarsi così.

Abdullah Ozturk, che idea si è fatto del golpe e della reazione di Erdogan?
«Sul golpe ci sono troppi particolari che non tornano. Sulla reazione di Erdogan invece non ci sono dubbi. Sta facendo il possibile per sfruttare al meglio la situazione. Sono state sollevate migliaia di persone, spesso senza nemmeno rispettare le procedure, come nel caso dei giudici della Corte Costituzionale. Si è trattato di un’operazione troppo vasta per essere condotta in pochi giorni. Le liste erano già state preparate dopo che le persone erano state monitorate per mesi».

Quali saranno i prossimi piani del Presidente?
«Difficile dirlo. Potrebbe portare i militari sotto il controllo dello Stato della Difesa, alcuni parlano di legge marziale. Di certo Erdogan vuole che tutto sia sotto il suo controllo».

La democrazia è in pericolo?
«Sì. Gli arresti di questi giorni sono concentrati contro i presunti gulenisti ma non solo. Vogliono rifare lo Stato, cambiandolo nella forma, da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. Ma non c’è solo la questione politica: vogliono anche ripristinare il sistema familistico nella spartizione degli affari e della corruzione, che era stato smascherato con le indagini e il successivo scandalo del 2013. Inoltre c’è un altro pericolo».

Quale?
«Le persone sollevate in questi giorni dovranno essere sostituite da qualcuno e il presidente sceglierà persone che vengono dagli ambienti islamici radicali. Quello che la Turchia rischia nel medio-lungo termine è una radicalizzazione della società».

Non c’è pace per la Turchia…
«No e il mio timore è che stiano portando la contrapposizione nelle strade. Le immagini di questi giorni ci hanno mostrato una folla incattivita, incitata dai politici. L’hate speech ha già colpito volontari e impiegati. L’opinione pubblica è sconvolta dalle purghe e molti non si vogliono esporre, la stampa è silenziata, l’opposizione in parlamento impotente. In queste condizioni è difficile che venga fuori un’alternativa».

Lei è stato per anni uno dei giornalisti più noti del Paese. Com’è cambiata la sua vita?
«Gli ultimi tempi a Zaman sono stati difficili. Ricevevamo minacce. Io continuo a riceverle. Ora ho aperto una piccola agenzia stampa con pochi redattori. Ci occupiamo di politica. Stiamo andando bene, ma non mi sorprenderò se in futuro dovessi incontrare guai finanziari».

E gli altri giornalisti di Zaman?
«Alcuni hanno trovato posto in altri giornali, altri sono rimasti disoccupati. Sono considerati gulenisti, quindi è difficile trovare una collocazione. Di fondo, è difficile fare il giornalista in Turchia, perché rischi di essere accusato di appartenere al clan Gulen o di essere un terrorista.

(Marta Ottaviani, LA STAMPA 21 luglio 2016)

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