Il 13 luglio, all’Ospedale San Paolo di Milano, è morto Bernardo Provenzano, il Boss dei Boss di Cosa Nostra. Aveva 83 anni e da molto tempo era malato: nel 2011 gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica e dal 2013 presentava deterioramento cognitivo e stato confusionale, con marcate difficoltà di linguaggio. Intanto la Procura di Milano ha disposto l’autopsia del corpo per fugare ogni dubbio sulle cause della morte e sull’operato dei medici. Nonostante le richieste del suo avvocato, i giudici non gli avevano ridotto il regime carcerario 41bis a più miti condizioni, avvalendosi dei motivi di sicurezza e per garantirgli, dato l’aggravarsi del quadro clinico, le cure necessarie che in un altro reparto non avrebbe avuto. E’ morto solo, senza l’assistenza e il conforto dei familiari. Non era rimasto più niente del famigerato capo clan di Corleone, che a colpi di lupara prima e di AK47 dopo, voleva prendersi tutta la Sicilia. Provenzano sarà sepolto nella tomba di famiglia a Corleone, ma per motivi di ordine pubblico non saranno consentiti i funerali, come disposto dal Questore di Palermo Guido Longo.

Nel 2013, prima che le nubi del deficit mentale lo avvolgessero, ci fu una fuga di notizie circa la sua presunta volontà di collaborare con la Procura, in realtà non si sono mai avute conferme sulla questione, ma si presentò a un colloquio con i familiari con un vistoso ematoma alla testa di cui non seppe spiegare la causa, balbettando prima di essere stato percosso, poi di essere caduto malamente. Di fatto da allora non stette più bene e iniziò il decadimento psichico. A causa delle condizioni di salute gli fu revocato il 41bis dalla Procura di Palermo , che gli fu però riconfermato in seguito al ricovero al San Paolo di Milano nel 2014. Sempre nel 2013 fu coinvolto nel processo per le “Trattative Stato-mafia” insieme ad altri boss mafiosi, ma la sua posizione fu stralciata, in quanto fu giudicato non in grado di sostenere un processo a causa della confusione mentale.

La sua è la storia di una scalata inarrestabile ai vertici delle cosche. Nel 1974, dopo l’arresto di Luciano Liggio, divenne il referente della famiglia Corleone, ricevendo l’incarico di reggere il “mandamento”. Nel 1981, Insieme a Totò Riina, con il quale era considerato uno dei più pericolosi elementi di Luciano Liggio (li chiamavano “le belve”), avviò la seconda guerra di mafia, eliminò ad uno ad uno i capi di Cosa Nostra sferrando un attacco sanguinario contro le famiglie dei Bontade, degli Inzerillo, dei Badalamenti, ma anche contro lo Stato che stava contrastando le loro operazioni, eliminando i vertici giudiziari, investigativi e politici di Palermo. Nel 1992, con il Maxi-processo, le stragi si estesero da Palermo a Milano, Firenze, Roma. Fu l’anno in cui caddero Salvo Lima, Ignazio Salvo, Giovanni Falcone nella strage di Capaci, Paolo Borsellino in quella di Via d’Amelio. Dopo la cattura di Totò Riina,nel 1993, restò da solo a governare le cosche siciliane e lo fece da vero “padrino”. Fu latitante per 43 anni, ma impartiva istruzioni, ordini e disposizioni su appalti, spartizioni di territorio e omicidi attraverso i “pizzini”, biglietti scritti a mano o a macchina, affidati a fedeli staffisti, riuscendo a tessere accordi con uomini politici e rappresentanti dei partiti dell’Italia della Seconda Repubblica. Gli accordi e le transazioni avvennero anche attraverso i legami che aveva con un altro uomo di Corleone, Vito Ciancimino, ex sindaco ed ex assessore ai Lavori Pubblici di Palermo. Durante la latitanza, grazie agli appoggi politici e ai documenti falsi timbrati dall’ex presidente del Consiglio Comunale di Villabate Francesco Campanella, fu ricoverato in una clinica di Marsiglia, dove fu operato alla prostata. Nel 2006, Binnu u’ Tratturi come era chiamato, fu catturato proprio perché intercettarono i suoi famosi pizzini e soprattutto i pacchi contenenti la spesa e la biancheria. Individuato il casolare dove si nascondeva, dopo 10 giorni di appostamenti e di intercettazioni, gli uomini della Squadra Mobile di Palermo e gli agenti della Sco, eseguirono il blitz e l’arresto. Fu detenuto prima a Terni, in regime di 41bis, poi a Novara, da dove tentò di comunicare in codice con l’esterno. Il Ministero della Giustizia allora aggravò il regime 41bis applicando il 14bis, che prevedeva l’isolamento in cella, senza radio né televisione. Nel 2011 gli venne diagnosticato il cancro alla vescica, nel 2012 tentò il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica, ma fu salvato da un poliziotto. Poi le ferite alla testa del 2013… il resto è storia, speriamo, conosciuta. Attualmente sono ancora in corso inchieste giudiziarie sulla sua latitanza e sui suoi mancati arresti, che gettano un po’ di ombre sull’operato delle forze dell’ordine e dei Ros.

Nadia Loreti/com.unica 14 luglio 2016

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