È successo tutto in una settimana: tre afroamericani uccisi dalla polizia (l’ultimo caso ieri a Houston), cinque agenti vittime di un ex veterano che voleva “far fuori i bianchi”. Lo scontro razziale spacca gli Stati Uniti e, a quattro mesi esatti dalle elezioni presidenziali, la campagna elettorale in corso non fa che amplificare e rimarcare le divisioni che ci sono nel paese: da un lato Donald Trump, sostenuto da una base maschile, bianca e meno istruita, che chiede la pena di morte per chiunque uccida un poliziotto, dall’altra Hillary Clinton, che ottiene gran parte del consenso tra afroamericani (91%) e latini (66%). È lei che ha fatto proprio il motto “Stronger together”, ma fa comunque fatica a proporsi come una candidata davvero inclusiva.

Le divisioni si manifestano anche nel lutto: da un lato Black Lives Matter, il movimento che vuole evidenziare il numero sproporzionato di afroamericani uccisi dalle forze dell’ordine (lo fa notare il Washington Post), dall’altro il capo nazionale della Polizia che parla di “guerra agli agenti”. Sulla “Stampa” c’è l’intervista al padre di uno degli agenti ammazzati. Era stato soldato in Iraq: “Ma qui in Texas Patrick diceva di aver più paura” – dice. “Ci hanno abbandonati. Trattano i poliziotti come criminali, e dicono che noi messicani siamo tutti stupratori e spacciatori. Così mio figlio Patrick, sopravvissuto a tre turni di servizio in Iraq senza un graffio, è morto ammazzato nel centro di Dallas e la sua bambina di due anni adesso è orfana”. Si sentiva abbandonato: “Diceva che ormai la gente in America ha paura dei poliziotti: li vede come minacce, invece di persone che rischiano la propria vita per proteggere quella degli altri”.

Sui fatti accaduti nel corso della settimana, analoghi ad altri accaduti negli scorsi anni, non si può non sottolineare l’effetto social. Lo fa notare la rivista “The Atlantic”: “la differenza rispetto ai casi precedenti è che questi sono stati filmati: così è impossibile non vedere il razzismo”. Intanto le marce di protesta si sono moltiplicate in varie località svolte a Detroit, New Orleans, Baltimora, New York, San Francisco, con decine di arresti. Se la disillusione dei neri esplode, prevede il Washington Post, si realizza il peggior incubo dell’America bianca.

È il quadro di un America spaccata, che però Obama respinge, anche se torna in anticipo dal vertice Nato a Varsavia, da dove aveva chiesto di “non lasciare che le azioni di pochi possano definire tutti”, e già oggi dovrebbe recarsi a Dallas. “Lo squilibrato che ha compiuto l’attacco a Dallas non e’ rappresentativo degli afroamericani americani”, sottolinea, ricordando che “non possiamo lasciare che le azioni di pochi definiscano tutti gli americani”. Ma il presidente ammette che “afroamericani e ispanici sono trattati in modo diverso dal nostro sistema di giustizia” e annuncia che la prossima settimana si riunirà alla Casa Bianca la task force messa in piedi dopo la tragedia di Ferguson, con la partecipazione della comunità di attivisti e della polizia. “Per quanto dura, penosa, sia stata questa ultima settimana ci sono le fondamenta per la ricostruzione del nostro tessuto sociale” – assicura ancora Obama, che all’inizio della prossima settimana riunirà la task force istituita due anni fa dopo la tragedia di Ferguson.

(com.unica, 10 luglio 2016)

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