“Erano giovani istruiti e benestanti” e, secondo il governo del Bangladesh, hanno agito anche “per moda”. A tre giorni dalla strage di Dacca in cui hanno perso la vita 20 persone, tra cui nove italiani, emergono nuovi dettagli sull’identikit degli attentatori. I sette appartenevano al gruppo locale jihadista JMB. Le autorità bengalesi fanno sapere che l’Isis forse non c’entra, ma non è da escludere che questa affermazione sia stata fatta per non alimentare ulteriori tensioni. Sta di fatto che la polizia sta indagando per capire se ci sono connessioni tra il commando e il jihadismo internazionale. Nel Paese, dove stanno per iniziare le celebrazioni per la fine del Ramadan, la premier Sheikh Hasina ha proclamato due giornate di lutto nazionale. Intanto dalla Farnesina si apprende che l’aereo che riporterà in patria le salme dei nove connazionali è atteso giovedì o venerdì a Ciampino.

Sul “Corriere della Sera” Lorenzo Cremonesi in un reportage nella scuola Dacca dove hanno studiato i terroristi, prova a far luce sulla loro identità. E ci fa toccare con mano una realtà molto diversa da quella che abbiamo conosciuto in altri paesi come il Pakistan o l’Irak dove i nuovi adepti del jihadismo sono cresciuti soprattutto in villaggi poveri e poi reclutati dall’Isis o da Al Qaeda. L’inviato del Corriere qui trova la conferma che gli attentatori di Dacca appartengono a famiglie molto in vista della capitale, figli di docenti, medici, politici, alti funzionari dello stato. Ragazzi della Dacca ricca, mandati a studiare alla nella prestigiosa ed elitaria “Scholastica”, dove s’impara da subito l’inglese. Alcuni di questi terroristi, di età tra i 20 e i 22 anni erano iscritti alla North South University, come Nibras Islam che qualche anno fa s’è fatto ritrarre in un video con Shraddha Kapoor, una celebrità di Bollywood. Quindi giovani colti e padroni delle lingue che si radicalizzano negli ultimi anni del liceo ed entrano in contatto via web con i guru locali e internazionali dell’Isis. Un mondo che ricorda per certi versi quello dei nichilisti russi dell’Ottocento o i “figli di papà” che negli anni Settanta in Italia scelsero di approdare alla lotta armata. “Erano tutti eleganti, belli e colti” ha detto alla “Stampa” il cuoco Sumir Barai, sopravvissuto al massacro dell’Holey Artisan Bakery. “Vedendoli per strada, non avresti mai detto che tipi così avrebbero potuto fare una cosa del genere”. 

(com.unica, 4 luglio 2016)

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