Il direttore della “Stampa” Maurizio Molinari interviene nel dibattito sulla strage di Orlando: gli elementi-chiave dell’identità del nemico da cui le democrazie devono difendersi.

Il più sanguinoso atto di terrorismo compiuto contro gli Stati Uniti dagli attacchi dell’11 settembre 2001 è stato realizzato da un afghano-americano di 29 anni che ha chiamato il numero delle emergenze affermando di appartenere allo Stato Islamico del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che lo ha poi definito un «nostro guerriero».

Quanto avvenuto nel Pulse Nightclub di Orlando, Florida, riassume i tre elementi-chiave dell’identità del nemico da cui le democrazie devono difendersi. Primo: Omar Seddique Mateen ha scelto come obiettivo omosessuali, lesbiche e transgender in quanto considerati «impuri» ed «appestati» da un’ideologia totalitaria che identifica nei diritti gay l’estrema degenerazione delle democrazie occidentali, evidenziando come l’obiettivo strategico dei jihadisti è distruggere la modernità. Secondo: il killer che ha ucciso a sangue freddo almeno 50 esseri umani era nato a New York da genitori afghani ed è stato contagiato dal verbo jihadista da messaggi, digitali e non, che Isis diffonde come un virus per reclutare ovunque, trasformando gli esseri umani in kamikaze. Terzo: ciò che nutre tale virus è l’identificazione con la violenza, la passione per la morte e la vocazione al martirio islamico. Riconoscere l’identità di un simile nemico è il primo passo da compiere per poterlo battere.

(Maurizio Molinari/La Stampa, 13 giugno 2016)

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