Vent’anni fa, il 25 maggio 1996, moriva Renzo De Felice, il nostro maggiore storico del fascismo, che attraverso la biografia di Benito Mussolini in otto tomi, pubblicati da Einaudi a partire dal 1965, ha cambiato radicalmente non soltanto la prospettiva storica sul ventennio, ma il modo di fare storia nel secondo dopoguerra. Oltre all’eredità scientifica, De Felice ha lasciato un gruppo di allievi eterogeneo, di orientamento ideologico e dai percorsi professionali più vari, uniti però, se l’espressione non sembra esagerata, dal culto per la lezione di metodo e di umanità ricevuta dal maestro. Tra questi Paolo Mieli, che accanto all’importante percorso giornalistico ed editoriale (è stato direttore della “Stampa” e a due riprese del “Corriere della sera”, oltre che presidente della Rcs libri) non ha mai abbandonato gli studi storici.
“Mi laureai con De Felice nel 1972 con una tesi su Giuseppe Bottai e il fascismo di sinistra. Correlatore era Rosario Romeo, il biografo di Cavour e storico del Risorgimento. Erano gli anni della sinistra extraparlamentare, di cui ero militante, ancorché non tra i più aggressivi. De Felice mi scelse, facendomi entrare nel gruppo dei suoi collaboratori, in cui c’erano ricercatori di orientamento diverso: da Emilio Gentile a Giovanni Sabbatucci, da Simona Colarizi ed Elena Aga Rossi a Luigi Goglia. Considero gli anni passati in quella piccola stanza della Sapienza di Roma, che De Felice condivideva con Romeo, il mio vero apprendistato universitario. In quel piccolo eterogeneo gruppo maturò un cemento quando negli anni De Felice cominciò a essere contestato alle lezioni o quando certi colleghi chiesero all’editore Einaudi, anche dopo l’uscita dell’’Intervista sul fascismo’ con Michael Ledeen (Laterza, 1975) di interrompere la pubblicazione dell’opera maggiore. Episodi che ci forgiarono il carattere: per quanto era nelle nostre possibilità mai avremmo permesso che si ripetessero episodi simili. E quando il nostro maestro morì 20 anni fa, continuammo a considerarci defeliciani”.
Che cosa significa essere “defeliciano”?
“Non ripetere pappagallescamente le cose, ma seguire un metodo scientifico, per cui i documenti nella storia contano più dei pregiudizi e delle ideologie. Vorrei dire che anche altri studiosi, come Ernesto Galli della Loggia, Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato furono in prima linea nella difesa di De Felice dagli attacchi politici e ideologici”.
De Felice occupò il centro della scena pubblica perché aveva proposto una nuova lettura del fascismo. In che cosa consisteva?
“Prima di lui c’era l’idea che il fascismo fosse sostanzialmente un colpo di Stato che aveva imposto agli italiani, nolenti, una dittatura. De Felice aveva introdotto delle novità interpretative che molto sinteticamente si possono riassumere così: 1) la sottolineatura del carattere rivoluzionario del fascismo, non a caso il primo volume della grande biografia si intitola ‘Mussolini il rivoluzionario’; 2) le differenze tra fascismo movimento e fascismo regime; 3) il fatto che il regime fascista, soprattutto nella metà degli anni Trenta, godesse di un consenso pressoché unanime, fatte salve naturalmente le minoranze di oppositori interni e fuoriusciti; 4) che la guerra di Liberazione si era configurata come una guerra civile, con una maggioranza di italiani, ascrivibili alla cosiddetta zona grigia, che stavano a guardare. Il termine guerra civile era stato molto criticato, aveva addirittura suscitato scandalo, perché si pensava che si volesse mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti. De Felice in realtà era stato sempre antifascista. Era stato anche comunista, prima di uscire nel 1956 dal Pci, poi liberale. Pensava semplicemente che bisogna scrivere la storia senza paraocchi”.
Siamo abituati a considerare le polemiche italiane su De Felice, pochi ricordano che fu uno studioso con grandi relazioni internazionali, che aveva influenzato studiosi come George L. Mosse, l’autore dell’”Uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste” (Laterza) e Zeev Sternhell, autore del fondamentale “Ni droite ni gauche” tradotto in italiano da Baldini&Castoldi.
“Mentre in Italia studiosi come Piero Melograni e Rosario Romeo la difendevano e molti protagonisti del mondo accademico la ignoravano o combattevano, l’opera di De Felice riceveva importanti riscontri a livello internazionale facendo capire che bisognava superare un punto di vista provinciale basato su pregiudizi politico-ideologici”.
De Felice era stimato anche da François Furet, il “revisionista” della Rivoluzione Francese, che nel 1995 scrisse l’opera di disvelamento della realtà comunista “Il passato di un’illusione”, tradotto per Mondadori a cura di Marina Valensise.
“Il nome del francese Furet mi fa venire in mente gli studi sul giacobinismo italiano, che forse meriterebbero una riconsiderazione. Del resto dove metteva mano De Felice portava un punto di vista originale, come avvenne nel 1961 con la ‘Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo’ (Einaudi), opera in cui analizzò per primo le compromissioni di personaggi considerati da sempre antifascisti. Il caso di Leopoldo Piccardi, che aveva partecipato a un convegno sulla razza, lacerò il Partito radicale”.
Anche uno dei maestri di De Felice, Delio Cantimori, comunista nel dopoguerra, era stato fascista e aveva partecipato a un convegno nazista sulla razza.
“Il rovello di Cantimori credo abbia rappresentato una delle motivazioni che spinsero De Felice a studiare il fascismo”.
Un’opera scomoda, dunque, quella di De Felice. E di non facile lettura, come sottolineava Indro Montanelli, che pure lo volle tra i suoi collaborati al ‘Giornale nuovo’ assieme a Rosario Romeo. Gli articoli per “Il giornale nuovo” sono stati ora raccolti a cura di Giuseppe Parlato, con prefazione di Stefano Folli, nel primo dei tre volumi di “Scritti giornalistici” (Luni) che sarà presentato venerdì 13 maggio allo Spazio incontri del Lingotto nell’ambito del Salone del libro di Torino. Gli altri due volumi saranno prefati da Pierluigi Battista e da Pasquale Chessa.
“De Felice non era uno scandalista, anzi era cautissimo. Se si vanno a leggere le sue opere si scopre che certe rivelazioni, certe notizie importantissime si trovano in nota. Aveva ragione Montanelli a dire che la scrittura non era il suo forte, ma doveva dominare una tale massa di documentazione che non poteva scegliere una prosa facile (e semplificatrice) come quella di Denis Mack Smith. Se lo avesse fatto non sarebbe stato De Felice!”.
Quale ricordo ha del De Felice privato?
“Era una persona schiva, ma di grande generosità. Stavamo nella stanza dell’università, discutevamo di tutto, non soltanto di storia, poi andavamo a mangiare in una trattoria nel quartiere di San Lorenzo, oppure nella sua casa di via Cesàri. Aveva affittato davanti alla casa un garage che era pieno di documenti, da cui attingeva anche per soddisfare le nostre richieste di ricercatori. Ma in questo suo essere altruista non c’era nessuna forma di proselitismo. Ci davamo del lei ma alla fine il rapporto era diventato amicale così come quello che aveva con altri giornalisti, da Stefano Folli a Pasquale Chessa. Non si sottraeva al confronto pubblico, non aveva alcuno snibismo verso i giornalisti seri, ma fuggiva a gambe levate se qualcuno lo sollecitava al pettegolezzo. Oggi De Felice sarebbe in eterna fuga”.

(Dino Messina/Corriere della Sera 12 aprile 2016)

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