Claudio Magris sul Corriere della Sera riflette sull’impressionante successo dell’estrema destra in un Paese tranquillo, in cui le forze politiche davano tutte le garanzie di pacifica stabilità. La paura dell’immigrazione non è solo razzismo.

A. E. I. O. U. Ancona. Empoli. Italia. Otranto. Udine. Diceva ai tempi asburgici un motto imperiale: Austria erit in orbe ultima, l’Austria durerà sino alla fine del mondo, sarà l’ultimo impero a tramontare. Oggi quell’orgoglioso aggettivo sembra cambiare di significato e mettere pure l’Austria col suo aspirante pistolero attualmente vittorioso fra gli ultimi della classe, seduti in fondo con le orecchie d’asino. Certo, si può sperare che il ballottaggio bocci il leader e il partito attualmente in testa, che usurpano e insozzano un glorioso nome della politica, il sostantivo o l’aggettivo «liberale».

La Germania che abbiamo amata, diceva il titolo di un libretto in cui Croce, nutrito della grande cultura tedesca, la distingueva, nel suo valore universale, dalla rozza e sanguinaria barbarie del nazismo. Adesso potremmo e dovremmo scrivere un’analoga dichiarazione d’amore, l’Austria che abbiamo amata, e qualcuno l’ha già scritto. Del resto ogni Paese, ogni cultura, è un Giano bifronte, con una faccia di umanità e civiltà e un’altra di ottusa violenza e nessun popolo, nessuna cultura possono dare lezioni agli altri. Indubbiamente c’è stata — e c’è ancora, culturalmente — una grande Austria sovranazionale, crogiolo pure drammatico ma fecondo di genti, di lingue, di culture; culla e interprete di impareggiabile genialità della complessità e delle trasformazioni che hanno mutato il mondo e le visioni del mondo. Un’Austria pluri-nazionale — il cui sale era forse in primo luogo la contraddittoria ma incredibilmente vitale simbiosi culturale ebraico-tedesca — ammirata pure da chi l’ha combattuta, come gli irredentisti triestini; l’Austria il cui imperatore si rivolgeva «ai miei popoli».

Anche dopo la dissoluzione dell’impero la piccola Austria è stata straordinariamente ricca e vitale in ogni campo dell’arte e del sapere. Ma c’è stata ed evidentemente c’è un’Austria diametralmente opposta, torva gretta; quella che nel 1938 ha accolto tripudiante «l’invasore» Hitler, che pure la declassava a marca alpina di confine — Andreotti ricordava folle osannanti e alti prelati viennesi inneggianti al Führer in quel marzo 1938 e che ha votato in massa per l’annessione al Terzo Reich e pure fornito alcuni tra i più alacri carnefici.

Ma non è il caso di fare il processo all’Austria attuale, bensì di imparare, prima che sia troppo tardi, la lezione che essa oggi ci dà. È impressionante che lo straordinario successo dell’estrema destra abbia avuto luogo in un Paese tranquillo, in cui le forze politiche che lo hanno governato danno tutte le garanzie di pacifica stabilità: il Partito popolare cristiano-sociale è una tipica forza moderata che ha avuto e dovrebbe aver la fiducia dei cittadini giustamente amanti dell’ordine e della sicurezza e il partito socialista è completamente scevro di ogni immaturità barricadiera, di ogni prurito rivoluzionario e di ogni ingenuità sentimentale. Si tratta di due partiti che, da soli o coalizzati offrono l’immagine di una politica concreta, realista, non vagamente emotiva anche nei confronti del tremendo problema dell’immigrazione. Se sono stati sconfitti così clamorosamente, ciò significa che il pericolo di un’Europa barbarica è reale e che questo campanello d’allarme austriaco va ascoltato e non semplicemente e moralisticamente deplorato.

L’Europa di oggi sembra assomigliare progressivamente a quella degli ultimi anni Venti, con le crescenti insicurezze d’ogni genere, lo spettro e la realtà della disoccupazione, l’assenza di ogni progetto del futuro, la debolezza delle organizzazioni e istituzioni internazionali, a cominciare dall’Unione Europea. Tanti decenni fa quella crisi ha creato, in molti Paesi d’Europa, regimi terroristici, tirannici e populisti di ogni genere, mentre a Oriente si consolidava il terrore sovietico. All’origine della violenza c’è spesso la paura, come oggi la paura dell’immigrazione che pure, entro precisi ma ampi limiti, è necessaria in un’Europa sempre più vecchia e sempre più povera di figli e dunque pure di forza lavoro. La paura dell’immigrazione nasce certo da stolidi e feroci pregiudizi, che vanno combattuti e sfatati, ma anche da un problema reale, ossia dal numero dei dannati della terra, ognuno dei quali ha il diritto di vivere umanamente e non vale meno di ognuno di noi, ma il cui numero potrebbe diventare materialmente, concretamente, insostenibile, non per idioti odi razzisti ma per impossibilità oggettiva.

Conciliare la solidarietà umana e la considerazione realistica del problema sembra la quadratura del circolo. Se non sarà risolta, l’Europa di domani potrà assomigliare a quella orribile degli anni Trenta e la Vienna di queste elezioni sarà nuovamente stata, come diceva di essa tanti decenni fa Karl Kraus, un osservatorio meteorologico della fine del mondo. Non sembra probabile l’altra interpretazione di quell’antico motto latino, che diceva che all’Austria spettava il compito di governare il mondo intero.

(Claudio Magris/Corriere della Sera 25 aprile 2016)

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